È di ieri sera la sentenza del tribunale civile di Vicenza che ha rigettato la richiesta di risarcimento presentata dai genitori di Michele Merlo contro il medico di medicina generale reo, secondo l’accusa, di non aver effettuato tempestivamente una diagnosi differenziale che avrebbe potuto salvare il ragazzo morto il 6 giugno del 2021 per una leucemia fulminante. Il Giudice, pur costatando la negligenza del medico, ha infatti deciso di non accettare la richiesta dei genitori basandosi sulla perizia dei CCTTUU secondo la quale, in base alle tempistiche degli eventi, una diagnosi corretta avrebbe lasciato “solo” il 10/15% di possibilità di sopravvivenza al giovane.
Secondo quanto riportato nel dispositivo della sentenza, infatti, seppur il dott. Vitaliano avesse richiesto degli esami con urgenza, la terapia utile a curare la leucemia mieloide acuta che ha colpito Michele Merlo, sarebbe comunque iniziata troppo tardi perché questa avesse una buona percentuale di riuscita.
«È difficile accettare che, nonostante l’appurata negligenza del medico di base di Michele, il valore della vita di nostro figlio sia valutato in percentuali e in probabilità – commentano i genitori di Merlo, Domenico e Katia. Come se anche solo l’1% di probabilità di sopravvivenza non fosse abbastanza per provarci.
Riconoscere la negligenza del dott. Vitaliano ma rigettare la richiesta di risarcimento perché, anche se avesse fatto bene il suo lavoro, le probabilità di sopravvivenza a 6 mesi sarebbero state “solo” del 30% significa togliere valore alla vita umana, trattare le persone semplicemente come numeri e non tenere minimamente conto di cosa avrebbe potuto significare per noi genitori passare anche un solo giorno in più con nostro figlio.
In questa vicenda – continuano i signori Merlo – hanno perso tutti: ha perso la sanità pubblica e ha perso la giustizia. Ma chi ha perso più di tutti siamo noi, e non è una questione di soldi, perché perdere un figlio fa male e non c’è somma in denaro che possa mitigare questo dolore, ma assistere all’intero sistema che riconosce l’errore ma non lo punisce perché considera la vita di tuo figlio una mera probabilità è un altro tipo di dolore, è gettare sale su una ferita che non si rimarginerà mai.
Insieme ai nostri avvocati stiamo valutando – concludono i genitori di Michele – la possibilità di ricorrere in appello per ottenere quella giustizia che aspettiamo ormai da 5 anni. Lo dobbiamo a Michele e a quanti gli hanno voluto bene e non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno in questa lunga battaglia.»
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