Tre rotture in 24 ore, una rete che si sapeva essere fragile e una storia di pozzi contaminati che parte dal 2003. Nel mirino anche la gestione delle fonti alternative e gli investimenti sull’acquedotto
Tre rotture in poco più di 24 ore. Una città e diversi Comuni della provincia rimasti senz’acqua proprio nei giorni di Ferragosto. Decine di migliaia di cittadini costretti a ricorrere alle autobotti.
Ma quello che è accaduto a Pesaro potrebbe non essere soltanto la storia di una tubazione che si rompe.
È per questo che il 19 agosto è stato depositato un esposto con richiesta di accertamenti tecnici, documentali, amministrativi e contabili per ricostruire quanto accaduto e verificare eventuali responsabilità.
L’esposto è stato trasmesso alla Procura della Repubblica di Pesaro, alla Prefettura, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, alla Corte dei Conti, ad ARERA, alla Regione Marche, alla Provincia di Pesaro e Urbino, al Comune di Pesaro, all’ATO 1 Marche Nord, all’AST competente e a Marche Multiservizi.
A presentarlo sono Pia Perricci, Oscar Olmeda, Michelfausto Degiorgio, Sebastiano Bonaccorso, Pietro Gianfrancesco, Maurizio Siviero Porzionato e Matteo Pandolfi, componenti del Comitato di Pesaro n. 250 di Futuro Nazionale.
LA DOMANDA È SEMPLICE: PERCHÉ PESARO È RIMASTA SENZ’ACQUA?
L’emergenza di Ferragosto ha avuto un effetto che nessun cittadino avrebbe mai immaginato possibile: aprire il rubinetto e non trovare più l’acqua.
Le cronache dei giorni 14-17 agosto hanno registrato tre rotture della principale condotta adduttrice, prima a Bellocchi di Fano e successivamente a Belgatto, con pesanti conseguenze sull’erogazione idrica a Pesaro e negli altri Comuni della vallata.
Secondo quanto riferito pubblicamente da Marche Multiservizi, le rotture sarebbero state provocate dalla forte siccità e dalla conseguente contrazione del terreno, che avrebbe esercitato forti sollecitazioni sulle vecchie condotte.
Ma è davvero tutta qui la spiegazione?
L’esposto chiede di verificarlo.
Perché una condotta può rompersi per un evento eccezionale. Ma occorre anche capire quanto abbiano inciso l’età delle tubazioni, le loro caratteristiche costruttive, le modalità con cui furono posate, il terreno, il rinfianco e la manutenzione effettuata nel corso dei decenni.
C’È PERÒ UN’ALTRA STORIA. E I PESARESI DEVONO CONOSCERLA.
Quando si rompe una condotta principale, un acquedotto efficiente dovrebbe poter contare su fonti alternative.
Ed è proprio qui che emerge un elemento finora poco conosciuto dall’opinione pubblica.
Pesaro disponeva storicamente di numerosi pozzi e captazioni utilizzati per l’approvvigionamento idrico. Nel tempo, però, diverse di queste fonti sono state interessate da problematiche di contaminazione che ne hanno impedito o limitato l’utilizzo per fini idropotabili.
E questa storia non nasce nel 2026.
Nasce almeno nel 2003.
Il 23 marzo di quell’anno l’ARPAM segnalò agli enti competenti il superamento dei limiti di legge per la presenza di idrocarburi clorurati, tra cui tricloroetilene e tetracloroetilene, in numerosi pozzi destinati all’uso idropotabile nel Comune di Pesaro, tra i quali Borgheria, Mattatoio e Paganini.
Da allora sono passati 23 anni.
Nel frattempo sono stati effettuati monitoraggi, campionamenti, interventi sulla falda, sistemi di Pump&Treat, trattamenti con carboni attivi e una lunga serie di procedimenti amministrativi.
Ma il problema merita ancora oggi di essere chiarito.
NEL 2024 LA PROVINCIA CHIUDE L’INDAGINE. MA IL RESPONSABILE NON VIENE INDIVIDUATO
C’è una data che oggi assume particolare importanza: 29 maggio 2024.
Quel giorno la Provincia di Pesaro e Urbino ha adottato la Determinazione n. 751/2024, relativa alla contaminazione da solventi clorurati di alcuni pozzi e piezometri nell’area del punto vendita carburanti ENI n. 6084 – ADS Foglia Est.
La documentazione istruttoria evidenziava la presenza di contaminazione, compreso tetracloroetilene in concentrazioni superiori alle CSC, ma il procedimento amministrativo NON HA INDIVIDUATOil responsabile della contaminazione secondo il criterio causale previsto dalla legge.
Questo è un dato che i cittadini hanno il diritto di conoscere.
E significa anche che la chiusura del procedimento amministrativo non equivale a dire che la contaminazione non esiste: significa che, attraverso quella procedura, non è stato possibile individuare il responsabile con il necessario grado di certezza.
Non è una questione del passato.
Il sito “Pozzi per uso idropotabile Pesaro”, identificato nell’Anagrafe regionale dei siti contaminati con il codice 4104400011, era ancora oggetto di attenzione istituzionale nel 2026.
Quindi la domanda diventa inevitabile: quando Pesaro è rimasta senz’acqua, quali fonti aveva realmente a disposizione?
E SE I POZZI NON FOSSERO STATI DISPONIBILI, PERCHÉ?
È questo uno dei punti centrali dell’esposto.
Non si afferma che tutti i pozzi di Pesaro siano contaminati o inutilizzabili.
Si chiede di accertare, pozzo per pozzo, quali captazioni fossero effettivamente utilizzabili il 14 agosto 2026, quali fossero escluse, per quali ragioni e quale capacità avrebbero potuto garantire in caso di emergenza.
Perché durante una crisi idrica non basta sapere che una fonte esiste.
Bisogna sapere se può essere utilizzata.
E se non può esserlo, bisogna sapere perché.
L’esposto chiede inoltre di acquisire tutti i monitoraggi dei pozzi Borgheria trasmessi da Marche Multiservizi alla Provincia nel marzo 2024 e quelli successivi, fino all’emergenza di agosto 2026.
A tutto ciò si aggiungono delle immagini risalenti agli anni 80, che riguardano la struttura dell’acquedotto.
Quelle immagini, oggi messe a disposizione degli organi competenti, pongono un interrogativo tecnico che dovrà essere verificato attraverso la documentazione progettuale e di cantiere dell’epoca: se la tubazione sia stata effettivamente posata secondo le corrette modalità costruttive previste e, in particolare, se sia stato realizzato il necessario letto di sabbia e il successivo adeguato rinfianco.
Non si tratta di un dettaglio secondario.
Il letto di posa ha infatti la funzione di garantire alla tubazione un appoggio continuo, regolare e uniforme, evitando che asperità, pietre, vuoti o punti di contatto concentrati trasferiscano sulla condotta sollecitazioni anomale. Il successivo rinfianco contribuisce invece alla corretta distribuzione delle pressioni esercitate dal terreno intorno alla tubazione.
Ma una domanda ancora più importante deve essere posta: il letto di sabbia era previsto dal progetto e dal capitolato originario? Era stato contabilizzato e pagato? E, soprattutto, fu realmente realizzato?
L’esposto chiede espressamente che questo venga accertato attraverso il recupero del capitolato dell’epoca, dei libretti delle misure, degli stati di avanzamento dei lavori, dei certificati di regolare esecuzione, dei collaudi e di ogni altra documentazione disponibile, mettendo questi documenti a confronto con le fotografie storiche recuperate.
Perché se dalle immagini emergessero elementi compatibili con una posa priva dell’adeguato letto di sabbia, non sarebbe sufficiente fermarsi alla fotografia: occorrerebbe stabilire tecnicamente come venne effettivamente realizzata la condotta e se quanto previsto nei documenti di progetto fosse stato eseguito.
È esattamente per questo che nell’esposto si chiede di verificare anche se il basamento in sabbia e il rinfianco fossero previsti e contabilizzati ma eventualmente non realizzati, circostanza che, qualora accertata, potrebbe assumere una rilevanza completamente diversa.
UNA FOTOGRAFIA NON È UNA SENTENZA. MA PUÒ ESSERE UNA DOMANDA CHE NON PUÒ PIÙ ESSERE IGNORATA.
Le fotografie del 1984, quindi, non vengono presentate nell’esposto come la prova definitiva di una cattiva esecuzione.
Sono un elemento da verificare.
Ma proprio perché oggi quella stessa infrastruttura è al centro di tre rotture in poco più di 24 ore, quelle immagini acquistano un significato particolare.
Dopo oltre quarant’anni, è necessario sapere come quella condotta fu progettata, come fu costruita, come fu posata, con quali materiali, secondo quali prescrizioni e quali controlli furono effettuati allora.
Perché se una condotta è stata progettata per durare decenni, la sua storia non può cominciare dal momento in cui si rompe.
Deve cominciare dal giorno in cui è stata messa sottoterra.
Ed è proprio questo che l’esposto chiede di ricostruire.
LA RETE, I POZZI E QUASI 20 MILIONI DI EURO
C’è infine un altro elemento sul quale viene chiesto di fare piena luce.
Per l’ATO 1 Marche Nord risultano assegnati 19.506.000 euro di fondi PNRR per la riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione dell’acqua, con Marche Multiservizi indicata quale soggetto attuatore. Il progetto riguarda digitalizzazione, distrettualizzazione e rinnovo delle reti.
L’esposto chiede quindi di ricostruire gli investimenti effettuati sull’acquedotto dagli anni Settanta ad oggi, distinguendo manutenzioni, sostituzioni, rifacimenti, potenziamenti, interventi per la riduzione delle perdite e finanziamenti pubblici, compresi quelli PNRR.
La domanda non è quanto denaro sia stato stanziato.
La domanda è:
quanto di ciò che è stato programmato e finanziato è stato effettivamente realizzato e quali problemi della rete è servito a risolvere?
NON CERCHIAMO UN COLPEVOLE. CHIEDIAMO CHE SI ACCERTINO LE RESPONSABILITÀ.
L’esposto non pretende di emettere sentenze.
Chiede che siano gli organi competenti a verificare.
Chiede di conservare le tubazioni eventualmente rimosse, le fotografie delle rotture, i rapporti tecnici, i dati di pressione e portata, le registrazioni del telecontrollo e ogni altro elemento necessario a ricostruire tecnicamente quanto accaduto.
Chiede di capire se quella di Ferragosto sia stata davvero una fatalità oppure la manifestazione improvvisa di una vulnerabilità che si è costruita nel corso di decenni.
E soprattutto chiede una cosa che riguarda ogni cittadino di Pesaro:
sapere se, la prossima volta che una condotta principale dovesse rompersi, l’acqua continuerà a uscire dai nostri rubinetti oppure no.
“NON POSSIAMO ASPETTARE LA PROSSIMA ROTTURA PER FARCI LE DOMANDE”
«Quello che è accaduto a Ferragosto – afferma il Comitato 250 – non può essere archiviato semplicemente come una settimana sfortunata.
Abbiamo scoperto quanto può essere fragile il sistema che porta l’acqua nelle nostre case.
Ma abbiamo scoperto anche che esiste una storia molto più lunga: pozzi destinati all’acqua potabile interessati da contaminazioni, procedimenti amministrativi durati anni, una determinazione provinciale del 2024 che non ha individuato il responsabile della contaminazione, fonti alternative la cui effettiva disponibilità deve essere chiarita e una rete acquedottistica della quale vogliamo conoscere finalmente la storia manutentiva e degli investimenti.
Non stiamo chiedendo di puntare il dito contro qualcuno.
Stiamo chiedendo che ogni responsabilità, se esiste, venga accertata.
Perché l’acqua non è un servizio accessorio.
Non è un bene che possiamo dare per scontato.
È ciò che ogni famiglia deve poter trovare aprendo il proprio rubinetto.
E dopo Ferragosto, una cosa è certa: non possiamo aspettare che si rompa un altro tubo per cominciare a cercare le risposte.»
Comitato di Pesaro n. 250 – Futuro Nazionale

