Ai Musei Civici di Palazzo Mosca, la mostra ‘Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo’

ai Musei Civici di Palazzo Mosca, inaugura ‘Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo’

Sabato 25 luglio inaugura il progetto di 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE che indaga le pratiche adriatiche del tatuaggio attraversando millenni di storia. Parte di un tour europeo che ha coinvolto Milano, Marsiglia, Stoccolma e Gorizia, la tappa di Pesaro ruota attorno al mare – elemento forte della sua identità – come spazio aperto di connessioni e scambi culturali. Per Vimini, l’evento principale dell’estate cittadina che a partire da un fenomeno millenario ha la capacità di plasmarsi su luoghi e patrimonio del nostro territorio

Sabato 25 luglio (ore 21) ai Musei Civici di Palazzo Mosca, inaugura ‘Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo’ la mostra prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE che intreccia antropologia, storia, arte e cultura materiale delle civiltà mediterranee. Promossa dal Comune di Pesaro e Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive in collaborazione con Pesaro Musei, l’esposizione è stata curata da Guido Guerzoni con la collaborazione di Beatrice Corti.

Attraverso l’analisi delle ‘pratiche adriatiche del tatuaggio’, il progetto attraversa oltre cinque millenni – dal 3.300 a.C. ad oggi – partendo dalla più ampia area Mediterranea e giungendo alla specificità dell’Adriatico, l’antico Mare Superum, in cui Pesaro rappresenta l’epicentro di una narrazione terrestre e marittima, locale e internazionale. Elemento forte di questa città, il mare non è confine ma spazio di connessioni, scambi e contaminazioni. In questa cornice, il tatuaggio – pratica al tempo stesso intima e pubblica – diviene un linguaggio capace di attraversare la storia e legare le culture. 

Allestita nell’ammezzato e nella Falegnameria di Palazzo Mosca, l’esposizione esplora il tatuaggio come linguaggio identitario, rituale e artistico, con un approccio interdisciplinare e un allestimento immersivo e narrativo, incentrato sulle contaminazioni culturali e i simboli chiave di questa pratica.

L’esposizione rientra in un ‘tour’ europeo di un progetto che ha preso avvio nel 2024 presso il MUDEC – Museo delle Culture di Milano ed è proseguito al Centre de la Vieille Charité di Marsiglia, al Museo del Mediterraneo di Stoccolma e a Gorizia, nell’ambito del programma di Gorizia–Nova Gorica Capitale Europea della Cultura. In questa prospettiva, la tappa di Pesaro – Capitale italiana della cultura 2024 – si configura come un ulteriore approfondimento tematico, questa volta incentrato sull’Adriatico e sul mare inteso come simbolo di transito, incontro e stratificazione di culture e identità. 

La mostra pesarese approfondisce anche il legame tra Lombroso e la città, specialmente il periodo in cui lo studioso veronese diresse l’Ospedale Psichiatrico San Benedetto: proprio nel manicomio insieme al collaboratore Luigi Frigerio, iniziò a lavorare alla stesura dell’architettura de L’uomo delinquente, il testo fondativo dell’antropologia criminale positivista.

Altra novità, una sezione sul tatuaggio marinaresco nel contesto adriatico, sinora rimasta sullo sfondo del panorama di ricerca. Sono state molte, infatti, le civiltà affacciate sul mare Superum che praticavano il tatuaggio, dalle popolazioni pre-romane della Daunia a quelle croate e bosniache di fede cristiana durante la dominazione ottomana, dai marinai tarantini di metà settecento sino ai portuali triestini nel secolo decimonono, per giungere infine alle specificità di Pesaro. Grazie alla collaborazione con il Museo della Marineria Washington Patrignani si mettono in risalto le pratiche decorative delle navi dei marinai pesaresi e marchigiani, come estensioni dei propri corpi e rimando ai tatuaggi che alcuni di loro recavano per essere riconsegnati ai propri cari qualora fossero periti in un naufragio.

Un ulteriore elemento chiave nello sviluppo della mostra risiede nella stretta collaborazione con i Musei Civici di Palazzo Mosca: per valorizzare le opere delle ricche collezioni permanenti sono esposti alcuni manufatti liturgici, provenienti sia dall’Italia che dalla Terra Santa, che richiamano l’iconografia del tatuaggio religioso cristiano diffuso in tutto il Mediterraneo.

Alla conferenza stampa erano presenti: Daniele Vimini vicesindaco e assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Pesaro; Claudio Olmeda presidente della Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive; il professore Guido Guerzoni curatore della mostra; Beatrice Corti assistente alla curatela; Paola Cappitelli head of Exhibitions, Development and International/24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE.

I saluti di apertura a Claudio Olmeda: oggi presentiamo quella che è la mostra principale dell’estate pesarese. Ospitiamo un formato del 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 già realizzato in altre destinazioni europee ma che qui a Pesaro sviluppa tematiche specifiche legate alla nostra città.

Daniele Vimini ha continuato: è l’evento espositivo principe di questo 2026 per i Musei Civici di Palazzo Mosca non solo per la lunga durata – ci accompagnerà fino a gennaio – ma anche per gli agganci e i legami sul territorio. Basterebbe un dato – il 46% della popolazione mondiale ha almeno un tatuaggio – per capire l’audience di interesse di un fenomeno che è millenario e che affonda nell’oggi con varie declinazioni. A partire da una pratica che è fatto estetico, identitario e di cultura, negli addentellati delle varie forme di tatuaggio questa mostra si plasma sul tema dell’Adriatico a partire dal nostro Museo della Marineria ma anche con l’altra costa, e poi si colloca in una dimensione marchigiana che ci porta al tema del tatuaggio devozionale con Loreto e altri centri religiosi. Partendo da una storia universale, dunque, si arriva al particolare del nostro territorio. E poi altro elemento che rappresenta un’eredità forte di Pesaro 2024 è il dialogo con il patrimonio museale; protagoniste in mostra anche opere delle collezioni permanenti dei nostri musei. Molto importante anche il collegamento con Cesare Lombroso e il Museo alle Stufe di Galantara: anche qui un modo per richiamare all’attualità una storia molto pesarese e un richiamo ai luoghi della città – come il San Benedetto e gli Orti Giuli -, direzione perfettamente in linea con il progetto ITI PESARO-FANO.

La volontà di costruire una declinazione sul territorio di una mostra europea, tenendo ben presente l’eredità di Pesaro Capitala italiana della cultura 2024: questo l’obiettivo della mostra di Pesaro per Paola Cappittelli. E quindi abbiamo pensato ad un racconto che valorizzasse tutti i luoghi della città e un po’ il genius loci di Pesaro. Per noi questa mostra è una grande cavallo di battaglia perché è stata un modo di dialogo tra le culture a partire dal MUDEC di Milano. Ogni tappa è stata arricchita di qualcosa che potesse essere la rappresentazione della valorizzazione dei territori e contemporaneamente avere una proiezione internazionale. 

Questa è una mostra importante, con scoperte inedite e prestiti importanti, che dimostra la rilevanza delle esperienze adriatiche e pesaresi in un contesto storiografico ancora poco noto. Le Marche sono state la culla del tatuaggio devozionale in Italia, con presenze degne di quelle rinvenute a Gerusalemme e in Levante. Un motivo in più per avvicinarsi a questo tema con il rispetto dovuto a una tradizione millenaria, gravida di profondi significati religiosi e affettivi
: così Guido GuerzoniLa mostra dovrebbe essere soprattutto un’occasione di ricerca, questa è la sesta tappa di un percorso che si è arricchito nel corso della sua progettazione. Il tatuaggio è un tema che si presta ad un approccio innovativo perché è diffuso ovunque ed è un fenomeno estremamente longevo: fa la sua comparsa in concomitanza con i primi episodi di raffigurazione astratta, gli uomini iniziano a scrivere prima sulla propria pelle. E il processo di rimozione che ha caratterizzato la storia del tatuaggio in Europa per quasi duecento anni oggi ha finalmente trovato una battuta d’arresto. L’Italia è straordinariamente ricca di testimonianze che documentano quanto il tatuaggio sia radicato nella cultura del paese.

Beatrice Corti ha ricordato come quella della mostra è una bella storia di tre anni che è stata una meravigliosa occasione per creare delle relazioni con musei, persone e istituzioni che hanno un patrimonio molto ricco e poco studiato ed esplorato come è il tatuaggio e creare una comunità di ricerca. Progetti come questi offrono un’occasione importante per valorizzare questo patrimonio.

Il percorso espositivo
Ad accogliere il pubblico, sette sezioni che si articolano secondo un principio cronologico e tematico.

L’introduzione documenta le origini del tatuaggio nell’area mediterranea e la sua presenza globale sin dall’antichità. Attraverso immagini, video e ricostruzioni sono tracciati i grandi ritrovamenti che attestano la diffusione di questa pratica in tempi arcaici, dai resti mummificati di Ötzi – il primo uomo tatuato – alle mummie peruviane del XVII secolo, passando per un corredo archeologico risalente al Paleolitico.

Protostoria mediterranea. Nella prima sezione viene esplorata la pratica nei popoli affacciati sul Mediterraneo e sull’Adriatico, dai simboli protettivi utilizzati nell’antico Egitto al tatuaggio punitivo nel mondo greco-romano e alle ipotesi sulle civiltà italiche pre-romane. Nelle diverse culture protostoriche, il tatuaggio assume una grande varietà di significati che oscillano tra estetismo e punizione, tra protezione e stigma.

Origini del tatuaggio devozionale.
 Il legame del tatuaggio con le principali religioni monoteiste emerge attraverso le prime testimonianze paleocristiane giungendo fino alle fonti documentali europee in epoca rinascimentale. La sezione disegna un’Italia e un’Europa popolate da pellegrini tatuati in Terra Santa e simboli devozionali incisi sulla pelle nonostante gli espliciti divieti espressi nelle Sacre Scritture. In questa sezione trovano spazio quattro opere dei Musei Civici pesaresi che collegano l’iconografia liturgica con i più comuni tatuaggi devozionali: accanto alla natura morta recante un classico memento mori e altri simboli religiosi, tre suppellettili ecclesiastiche in legno, madreperla e avorio – un modello della Basilica del Santo Sepolcro, uno della rispettiva edicola e un’acquasantiera pensile – che sono espressione per eccellenza dell’artigianato delle maestranze attive dalla fine del XVI secolo a Betlemme, Ain Karim, Gerusalemme, le destinazioni predilette dai pellegrini in Terra Santa.

Loreto e il tatuaggio religioso come ‘souvenir’ sacro. Sin dalla sua fondazione nel 1469, il Santuario di Loreto è stato uno dei principali luoghi di pellegrinaggio e venerazione mariana in Italia, nonché sede della basilica che custodisce la Santa Casa. La nascita del Santuario è legata al ritorno dalla Terra Santa dei crociati, i quali oltre a trasportare le pietre della Santa Casa, trasmisero alcune tradizioni gerosolimitane, tra cui il tatuaggio devozionale. A Loreto, come a Gerusalemme, il mestiere del tatuatore era praticato da un numero ristretto di famiglie che si tramandavano l’arte e gli strumenti. Proprio da queste botteghe proviene la selezione di marche lignee da tatuaggio esposte in mostra, grazie alla collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma.

Nella Falegnameria di Palazzo Mosca le sezioni che rimandano in modo specifico alla storia e all’identità di Pesaro.

Il tatuaggio negli studi lombrosiani. Nelle teorie di Cesare Lombroso, il padre dell’antropologia criminale tricolore, il tatuaggio divenne uno dei principali indicatori di tendenze criminali. Proprio nella città marchigiana – dove ricoprì il ruolo di direttore dell’Ospedale Psichiatrico San Benedetto (1872) – elaborò le basi de L’Uomo delinquente, la prima rassegna completa delle sue teorie sul concetto del ‘criminale per nascita’. Disegni, fotografie e postazioni interattive con contenuti 3D e provenienti dal Museo di Antropologia Criminale ‘Cesare Lombroso’ (Università degli studi di Torino), mostrano come a fine ottocento il tatuaggio divenne uno strumento di classificazione medico-scientifica e uno stigma sociale che ne influenzò per secoli la successiva percezione.

Portuali, pescatori e marinai. La sezione dedicata al tatuaggio marinaresco restituisce una tradizione che pur documentata prevalentemente all’estero, era presente anche nelle realtà portuali italiane, sia nella marineria civile che tra le file di quella militare. Secondo Lombroso, il tatuaggio compare come segno di devianza nei marinai e nei portuali delinquenti, assimilati ad altre categorie depravate. Tuttavia, diversi studi antropologici successivi ne difesero il carattere identitario, proprio di una comunità di fatto nomadica spesso collocata ai margini del consorzio civile, che nei secoli sviluppò un’intricata simbologia legata alla vita in mare. Oltre alla decorazione corporea, anche l’abbellimento di scafi e vele rappresenta una preziosa testimonianza dell’arte popolare marinara particolarmente radicata nell’Adriatico.

Sguardi contemporanei. Giungendo al giorno d’oggi, la sezione riflette sulla pratica del tatuaggio femminile che sin dall’antichità rappresenta un linguaggio identitario vivo nel Mediterraneo. Forme di decorazione corporea prettamente femminili sono presenti da tempi immemori in molte zone del Mediterraneo e permangono tuttora in alcune zone montuose della Bosnia ed Erzegovina, in Algeria, Turchia, Siria e Kurdistan. 

Il percorso si conclude con un affondo su due luoghi della cultura di Pesaro legati alla permanenza di Cesare Lombroso in città.

Memoria e storia del manicomio del San Benedetto rivivono nel Museo Laboratorio alle Stufe nato nell’ambito delle proposte del Centro Permanente di Promozione della Salute istituito presso la RSA di Galantara. L’esposizione è organizzata intorno ai beni materiali recuperati nel San Benedetto e ha il suo fulcro nella raccolta memorialistica che si sviluppa attorno al ‘Diario dell’ospizio di San Benedetto in Pesaro’, un giornale fondato da Cesare Lombroso e che coinvolgeva i pazienti nella redazione e stampa con l’obiettivo di ‘diffondere idee più esatte sulle condizioni morali degli alienati e rialzarli agli occhi del volgo che considera spesso i dementi come bestie feroci’. Nel suo intento di preservazione della memoria storica dell’Ospizio pesarese, il museo educa al rispetto dell’altro e all’integrazione delle differenze. 

All’interno del complesso del manicomio rientrava anche un luogo chiave per la riabilitazione dei pazienti: gli Orti Giuli, uno dei primi esempi ottocenteschi di parco pubblico in Italia. Nella loro forma attuale nacquero tra il 1827 e il 1830 grazie al conte pesarese e celebre latinista Francesco Cassi in onore del cugino Giulio Perticari – illustre letterato morto nel 1822 -, da cui traggono il nome. Grazie all’aiuto dell’ingegnere ferrarese Pompeo Mancini, Cassi trasformò l’antico bastione di ingresso alla città in un giardino arcadico di gusto neoclassico, con boschetti, sentieri, statue, busti e lapidi romane. Nella parte più alta, dove si trova il busto del Perticari, si può godere di una suggestiva visione panoramica del porto, del fiume e del colle San Bartolo. A quest’area verde, speculare ad un giardino creato all’interno del manicomio, ebbero accesso i pazienti più stabili che vi usavano passeggiare e leggere il giornale, alla pari dei concittadini.

La mostra ‘Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo’ è finanziata all’interno della Strategia Territoriale per lo Sviluppo Sostenibile e integrato delle aree urbane ‘Strategia Congiunta 21-27 (ITI PESARO – FANO) – PR FESR 20221 – 2027 O.S. 5.1 – Az. 5.1.1 – Intervento 5.1.1.1’



Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo
a cura di Guido Guerzoni 
con la collaborazione di Beatrice Corti 
26 luglio 2026 – 10 gennaio 2027
Musei Civici di Palazzo Mosca
Inaugurazione sabato 25 luglio ore 21
orario lunedì 10-13, martedì-domenica e festivi 10-13 15-19
da settembre martedì-domenica e festivi 10-13, 15-18
info 0721 387541 info@pesaromusei.it

Comune di Pesaro

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