Il viaggio emozionale di “Sky Garden”, il giardino sospeso che dalle Marche ha conquistato Milano
Ci sono storie che non sembrano nascere dentro un ufficio. Non sembrano nemmeno nascere dentro uno studio di design. Sembrano nascere piuttosto dentro quelle notti lunghe in cui si resta a parlare di idee, di sogni, di possibilità, mentre fuori il mondo continua a correre senza accorgersi che da qualche parte qualcuno sta provando ancora a costruire bellezza.

La storia di Marco Paolini e Giada Luzi è esattamente così. Una storia fatta di ritorni. Di incontri. Di intuizioni nate quasi per gioco. Di sacrifici silenziosi. Di progettazione, arte, luce, emozione e futuro.
Ma soprattutto è una storia profondamente marchigiana. Perché mentre oggi tanti inseguono Milano come unica destinazione possibile, loro hanno scelto il percorso opposto: tornare a casa, rimettere radici nelle Marche e dimostrare che anche qui, tra Pesaro, Fano e Recanati, si può ancora creare qualcosa capace di lasciare il segno.
Il loro studio si chiama Atelier Stilum. E il progetto che li ha portati sotto i riflettori nazionali è “Sky Garden”, l’installazione immersiva presentata al Salone del Mobile 2026 che ha attirato l’attenzione del Corriere della Sera, di magazine specializzati, televisioni nazionali e migliaia di visitatori rimasti ipnotizzati da quel cielo fiorito sospeso sopra le loro teste.
Ma ridurre “Sky Garden” a una semplice installazione sarebbe un errore enorme. Perché dentro quel giardino sospeso ci sono anni di studio. Ci sono chilometri percorsi tra università, treni e città diverse. Ci sono dubbi. Ci sono paure. E c’è soprattutto la volontà ostinata di creare qualcosa che non fosse soltanto bello da vedere, ma capace di far provare qualcosa alle persone.
Quando li incontro nella sede del loro studio, la sensazione è immediata. Marco e Giada parlano di design come altri parlano di musica o di cinema. Con passione vera. Con quella fame di ricerca che non si può fingere. E capisci subito che dietro il successo improvviso di “Sky Garden” non c’è alcuna improvvisazione. C’è una lunga strada.
«Non siamo artisti: siamo progettisti che cercano emozioni»
La prima domanda sembra quasi inevitabile. Da dove nasce questa loro passione per l’arte?
Marco riflette qualche secondo prima di rispondere. «Parliamo sicuramente di un mondo creativo — racconta — però io ti direi che nasce soprattutto dalla progettazione. Dalla progettazione di interni, della luce, del prodotto. Chiaramente tutto questo gravita nell’ambito artistico, quindi non c’è dubbio, ma credo che la predisposizione creativa esistesse dentro di noi ancora prima di conoscerci».
Giada interviene sorridendo. «In realtà noi non ci definiamo artisti. Siamo designer. Abbiamo entrambi un percorso universitario molto simile: ci siamo laureati all’Università di San Marino quando Disegno Industriale faceva ancora riferimento a Venezia. Però è inevitabile che il mondo dell’arte, della musica, delle immagini e delle contaminazioni culturali entri continuamente nel nostro lavoro».
La parola “contaminazione” torna spesso durante la nostra lunga chiacchierata. Ed è una parola chiave. Perché il loro lavoro non nasce mai dentro compartimenti stagni. Nasce piuttosto dall’incontro continuo tra discipline diverse.
«Gli input creativi si intersecano continuamente — continua Giada — e noi abbiamo cercato di prendere spunto dal mondo dell’arte per poi trascinarlo dentro il nostro linguaggio progettuale».
Non semplice ispirazione estetica, quindi. Ma trasformazione.
Un’amicizia nata all’università e ritrovata anni dopo
La storia di Atelier Stilum parte da lontano. Molto prima del Salone del Mobile. Molto prima di “Sky Garden”. Parte tra i corridoi universitari.
«Io e Giada ci conosciamo praticamente dai tempi dell’università — racconta Marco — lei era un paio d’anni più giovane di me».
Nasce un’amicizia fatta di interessi comuni, progetti, confronti e quella curiosità tipica di chi sente già di appartenere a un certo mondo creativo.
Poi però la vita porta altrove. Milano. Esperienze diverse. Lavori differenti.
Giada si trasferisce nel capoluogo lombardo dove frequenta il master in Lighting Design al Politecnico di Milano. «Dopo il master ho iniziato a lavorare lì, in aziende specializzate nell’illuminazione. Milano mi ha dato tantissimo dal punto di vista professionale».
Marco nel frattempo continua il proprio percorso nel design e mantiene forti legami con l’ambiente universitario veneziano anche attraverso collaborazioni accademiche.
Eppure qualcosa mancava. Entrambi lo capiscono quasi nello stesso momento. «Avevamo bisogno di cambiare vita».
È una frase semplice, ma dentro ci sta tutto. La necessità di rallentare. Di ritrovare una dimensione più autentica. Di tornare vicino alle proprie radici.
Giada decide così di rientrare nelle Marche nel 2022. Ed è qui che il destino rimette insieme i pezzi.
Il professore che li rimette in contatto: «Perché non provate a lavorare insieme?»
A volte basta una frase detta al momento giusto. Un docente universitario, conoscendo entrambi, suggerisce loro di rivedersi. «Ci disse: perché non provate a lavorare insieme?».
Da lì riparte tutto. All’inizio senza grandi piani. Senza business plan. Senza strategie costruite a tavolino. Solo con tanta voglia di sperimentare.
Marco sorride ricordando quei primi momenti. «Eravamo amici, ma negli anni ci eravamo un po’ persi di vista. Poi ci siamo ritrovati e abbiamo iniziato a confrontarci nuovamente».
E in quel confronto accade qualcosa. Le idee iniziano a scorrere. Le competenze si incastrano. Le visioni si completano.
«Ci siamo accorti subito che c’era una forte sintonia professionale e mentale».
Il concorso affrontato “per scherzo” che cambia tutto
La svolta arriva quasi casualmente. «Abbiamo partecipato a un concorso praticamente per scherzo».
Ma quello scherzo inizia presto a diventare serio. Il loro progetto arriva fino alla finale davanti a figure storiche del design italiano come Alberto Meda e Michele De Lucchi.
«Quando ci siamo ritrovati lì abbiamo pensato: forse questa cosa funziona davvero».
Ed è in quel momento che inizia a prendere forma l’idea di costruire qualcosa insieme. Nasce così Atelier Stilum. Uno studio che oggi non rappresenta soltanto un luogo di lavoro, ma una vera e propria identità progettuale.
“Sky Garden”: il cielo trasformato in emozione
Il progetto destinato a cambiare la loro vita nasce grazie all’incontro con IPLEX, azienda di Recanati specializzata nella lavorazione del plexiglass.
«Ci interessava tantissimo quel materiale — racconta Giada — e abbiamo iniziato a riflettere su come poterlo utilizzare in maniera non convenzionale».
Da lì nasce il seme di “Sky Garden”. Un giardino sospeso. Un cielo fiorito.
«Già il nome racconta molto del progetto — spiegano — perché volevamo creare una sorta di esperienza immersiva sospesa dall’alto».
L’installazione è composta da elementi modulari che si ripetono nello spazio adattandosi a metrature differenti. Fiori sospesi. Plexiglass specchiato. Trasparenze colorate. Riflessi. E soprattutto interazione.
«La cosa più bella è che il visitatore entra dentro il progetto e ne diventa parte. Si specchia. Si muove dentro l’opera».
Non più semplice osservatore. Ma protagonista.
L’omaggio a Giacomo Balla e il futurismo reinterpretato
Dietro l’impatto visivo di “Sky Garden” esiste anche una fortissima ricerca culturale. L’ispirazione arriva infatti dai fiori futuristi di Giacomo Balla.
«Abbiamo studiato molto i suoi lavori legati ai primi decenni del Novecento».
Ma attenzione. Non si tratta mai di semplice citazione artistica.
Marco lo spiega chiaramente. «Non volevamo imitare un giardino reale o creare una riproduzione nostalgica. Volevamo reinterpretare quell’immaginario in chiave contemporanea».
Ed è qui che il plexiglass diventa protagonista assoluto. Un materiale industriale. Freddo. Tecnologico. Che però nelle loro mani si trasforma in poesia luminosa.





(una rassegna stampa dei giornali che hanno celebrato il successo dello Sky Garden)
«Avevamo bisogno di creare uno spazio che rigenerasse»
La scelta del giardino non nasce soltanto da una questione estetica. Dentro “Sky Garden” esiste una riflessione molto più profonda sul modo in cui viviamo oggi.
«Passiamo gran parte della nostra vita in ambienti chiusi, davanti a schermi, computer, uffici — racconta Giada — e ci interessava creare uno spazio capace di rigenerare emotivamente le persone».
Un luogo in cui rallentare. In cui alzare gli occhi. In cui sentirsi immersi in qualcosa di diverso dalla routine quotidiana.
«Volevamo che chi entrasse lì dentro provasse una sensazione reale di immersione».
Ed è forse proprio questo che ha colpito così tanto il pubblico milanese. Perché “Sky Garden” non era soltanto bello. Faceva stare bene.
Milano resta senza parole
Al Salone del Mobile il loro progetto esplode letteralmente. “Sky Garden” diventa una delle installazioni più fotografate e condivise dell’intera manifestazione.
Le immagini iniziano a girare ovunque. Social network. Magazine di settore. Siti di design.
Il Corriere della Sera dedica spazio al progetto già il giorno successivo all’esposizione. Poi arrivano televisioni, interviste, approfondimenti. Persino Sky Arte realizzerà un’intervista dedicata.
Marco e Giada però restano incredibilmente lucidi. «Siamo molto felici, ma stiamo ancora metabolizzando tutto quello che è successo».
La soddisfazione più grande? La risposta arriva immediata. «Vedere un riscontro concreto dopo tre anni di lavoro».
«Abbiamo piantato un seme»
Mentre parlano del futuro utilizzano continuamente immagini legate alla natura. E probabilmente non è casuale.
«Abbiamo piantato un seme — raccontano — e ora dobbiamo continuare a farlo crescere».
Perché “Sky Garden” non resterà un episodio isolato. È già in fase di sviluppo una collezione di oggetti e complementi d’arredo derivati direttamente dall’installazione.
«Sarà il sequel naturale del progetto».
Un’evoluzione concreta nata proprio dalla collaborazione con IPLEX.
«Da soli oggi non si costruisce più nulla»
Uno dei passaggi più belli dell’intervista arriva quando si parla del loro rapporto professionale.
Marco è molto diretto. «Il progettista solitario oggi praticamente non esiste più. Se non lavori in team non costruisci niente».
Giada approfondisce. «Ci compensiamo tantissimo. Caratterialmente, tecnicamente e anche dal punto di vista creativo».
Marco è più forte sulla parte tecnica e progettuale. Giada sulla comunicazione, il lighting e l’aspetto grafico.
«Ma il risultato finale nasce sempre dal confronto».
Ed è forse proprio questo equilibrio a rendere Atelier Stilum qualcosa di speciale. Non due individualità che convivono. Ma due sensibilità che dialogano continuamente.






























le meravigliose foto dello Sky Garden in questa galleria fotografica…
Il valore del viaggio e delle contaminazioni
Per Marco e Giada il viaggio resta fondamentale. «Vedere le cose dal vivo cambia completamente la percezione».
Un progetto osservato attraverso uno schermo non sarà mai uguale all’esperienza reale.
«Ogni viaggio apre finestre mentali nuove».
Parlare con persone diverse. Camminare dentro spazi differenti. Respirare atmosfere nuove. Tutto diventa nutrimento creativo.
Pesaro, le Marche e il sogno di costruire un polo creativo
Nonostante il successo nazionale, loro vogliono restare qui. Nelle Marche. Tra Pesaro e Fano.
Con un obiettivo preciso. «Ci piacerebbe che Atelier Stilum diventasse anche un punto d’incontro per giovani progettisti».
Uno spazio aperto. Un laboratorio creativo. Un luogo dove collaborare.
«Le contaminazioni positive sono fondamentali».
E infatti stanno già iniziando a coinvolgere giovani designer emergenti.
Perché il loro sogno non è soltanto crescere personalmente. È creare rete.
«La gestazione è finita. La creatura ormai esiste»
A un certo punto Marco usa una frase che probabilmente racchiude il senso più profondo di tutta questa storia.
«La gestazione è finita. La creatura ormai esiste».
Ed è vero. Perché oggi Atelier Stilum non è più soltanto un’idea. È una realtà concreta. Una realtà nata lentamente. Costruita senza clamore. Cresciuta attraverso studio, errori, intuizioni e sacrifici. Fino a sbocciare davanti agli occhi di tutti.
Proprio come quei fiori sospesi di “Sky Garden”. Leggeri solo all’apparenza. Perché dentro ogni petalo c’è il peso enorme dei sogni veri.
Danilo Billi
