Personaggi allo specchio: Martina “Tambu” Tamburini

Radici salate, sogni lunghi: il viaggio silenzioso di un bomber che non ha mai smesso di crederci

Certe storie non fanno rumore. Non cercano riflettori, non si costruiscono a colpi di slogan. Crescono piano, con la forza delle abitudini e il peso delle scelte quotidiane.

Quella di Martina “Tambu” Tamburini è una storia così: autentica, lineare, e proprio per questo potentissima.

Attaccante dell’Arezzo Calcio Femminile in Serie B, pesarese doc, Tambu rappresenta una generazione di calciatrici che ha creduto nel calcio femminile quando ancora era terreno fragile, spesso invisibile.

Questa intervista non è solo un botta e risposta. È un racconto. È il viaggio dentro una quotidianità fatta di chilometri, studio, sacrifici e sogni che continuano a respirare, lontano dal rumore.

Matina Tamburini seduta sulle scale di casa ad Arezzo

Le origini: quando il calcio è già dentro casa

«Sì, sì, mio padre è sempre stato all’interno di una società di calcio, sia come giocatore che come dirigente. Poi anche mia sorella maggiore da piccola ha giocato… Ho fatto i miei primi sette anni sempre con i maschi, fino ai 14. E dopo ho cominciato con le ragazze, perché dopo non si può più.»

Ci sono passioni che si scelgono. E poi ci sono quelle che ti scelgono prima ancora che tu possa capirlo.

Per Tambu il calcio è stato casa. Famiglia. Normalità.

Sette anni con i maschi: un dettaglio che pesa. Perché significa crescere senza sconti, senza differenze, imparando a stare dentro il gioco con carattere, prima ancora che con tecnica.

E poi quella figura quasi invisibile ma decisiva: una maestra, qualcuno che vede prima degli altri. Che spinge. Che apre una porta.

Le prime squadre: i primi passi nel calcio femminile

«Ho giocato per un anno, a quattordici anni, con Riccione. Poi quattro anni a Jesi, tre a San Marino e adesso sono ad Arezzo.»

Riccione. Jesi. San Marino. Arezzo.

Non sono solo città. Sono capitoli.

Ogni tappa è un pezzo di crescita: un campo diverso, uno spogliatoio nuovo, una versione più matura di sé stessa.

È lì che nasce una qualità fondamentale: l’adattamento. La capacità di sentirsi “a casa” anche quando casa è lontana.

Identità pesarese: appartenere senza bisogno di spiegarsi

«Magari le persone rimangono un po’ sorprese… è più mia madre che mi sponsorizza con le amiche. La Vis purtroppo non ha più fatto la squadra ed è un peccato.»

Pesaro non è una città che urla.

È una città che osserva, che vive di dettagli, di equilibrio tra mare e silenzi.

Tambu porta con sé questa identità: sobria, concreta, mai sopra le righe.

E nel suo racconto non c’è polemica, ma una consapevolezza lucida: il calcio femminile qui ha avuto occasioni a metà. Eppure resta un legame forte, quasi viscerale.

Martina con i suoi genitori il giorno della laurea a Urbino.

La famiglia: il primo vero tifo

«Sì, i miei ogni tanto sono venuti ad Arezzo… quando giochiamo vicino vengono sempre.»

Chi è più curioso?
«Mio padre.»

E tua madre?
«Stai attenta, non farti male… le solite cose.»

C’è tutto, in queste poche righe.

Il padre che osserva, analizza, vive il calcio.
La madre che protegge, che resta ancorata alla parte più umana.

È il doppio binario perfetto su cui cresce ogni atleta: spinta e protezione.

La distanza: crescere lontano per diventare grandi

«Cerco di tornare quando posso… ma mi piace avere la mia indipendenza.»

Partire non è mai solo una scelta logistica.

È un passaggio emotivo.

Lasciare il mare di Pesaro per costruirsi ad Arezzo significa accettare il vuoto iniziale, la nostalgia, i ritorni brevi. Ma anche conquistare qualcosa di enorme: l’indipendenza.

Tambu non lo vive come sacrificio. Lo vive come evoluzione.

Relazioni e affetti: le certezze invisibili

«È importante avere delle sicurezze… fare affidamento su qualcuno.»

Dietro ogni atleta c’è sempre una rete silenziosa.

Amicizie. Affetti. Relazioni che non finiscono nei tabellini ma tengono in piedi tutto il resto.

Tambu lo dice senza retorica: avere qualcuno su cui contare non è un optional. È una necessità.

Musica e sogni: lo sguardo oltre i confini

«Un po’ tutto… ultimamente anche spagnola.»

Un sogno all’estero?
«Spagna, magari… ma anche Inghilterra, per imparare la lingua.»

C’è un dettaglio bellissimo in questa risposta: il sogno non è solo calcistico.

È culturale. È umano.

La Spagna per il calcio. L’Inghilterra per crescere, per imparare.

Non è fuga. È curiosità.

La giornata tipo: disciplina, silenzio e costanza

«La mattina studio… poi allenamento alle tre… la sera magari esco o studio ancora.»

Sveglia. Studio. Allenamento. Ripetere.

La vera vita delle calciatrici di Serie B è tutta qui.

Niente glamour. Niente scorciatoie.

Solo disciplina.

Una doppia vita che costruisce non solo atlete, ma persone complete.

Gesto tipico di Martina dopo ogni goal, ovvero suonare un violino.

Nostalgia e ritorni: il legame che non si spezza

«All’inizio mi dispiaceva… ora sono contenta, non me ne sono pentita.»

L’estate?
«Mare, amici, famiglia… mi rilasso. Continuo ad allenarmi.»

La nostalgia cambia forma.

All’inizio pesa. Poi diventa carburante.

E ogni ritorno a Pesaro non è solo una pausa: è una ricarica emotiva.

Pregiudizi: una barriera che (forse) sta cadendo

«No, non penso.»

Una risposta semplice. Quasi spiazzante.

Forse perché qualcosa sta davvero cambiando.
Forse perché chi è cresciuta “dentro” il calcio ha imparato a guardare oltre.

Tambu fuori dal campo: semplicità che racconta tutto

«Colazione salata. Pizza Rossini ogni tanto. Frutta sempre. Non bevo, o quasi.»

Piccoli dettagli che fanno una persona.

Niente costruzioni. Niente personaggi.

Solo autenticità.

Pesaro: amore pieno, senza condizioni

«Mi piace che puoi fare tutto… mare, montagna. Cosa non mi piace? No dai… qui si sta bene.»

Non serve aggiungere altro.

Quando una città ti resta dentro così, non hai bisogno di spiegarla.

Il gol più importante

Martina “Tambu” Tamburini non è solo un’attaccante.

È una traiettoria.

È la dimostrazione concreta che si può partire da una realtà che non ti offre tutto, ma ti dà abbastanza per costruirti il resto.

Una ragazza che studia al mattino, si allena al pomeriggio e la sera resta sé stessa. Senza maschere. Senza bisogno di urlare.

Le storie come la sua sono fondamenta: silenziose, ostinate, vere.

E se chiudi gli occhi, la rivedi.

Una bambina a Pesaro. Un pallone tra i piedi.
E quella sensazione, testarda e bellissima, che tutto, prima o poi, sarebbe diventato possibile.

Danilo Billi 

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