Personaggi allo specchio: Alessandro Salomoni

Al lavoro

La vita, l’uniforme, l’amore e le ferite che non smettono di bussare

Quando Alessandro Salomoni entra nella stanza, non ha neanche bisogno di parlare: la sua presenza arriva prima. La barba bianca che sembra raccontare più storie delle sue parole, gli occhi chiari che ti guardano dritto, senza filtri. Un uomo che ha amato molto, ha sbagliato molto, ha servito molto. E che, soprattutto, ha sentito molto. Sediamo uno di fronte all’altro. Parte tutto da una domanda semplice.

Le donne, l’amore e quel matrimonio che pesa ancora

Gli chiedo: «Ale, hai avuto tante donne nella vita, vero?» Lui sorride come chi sa che non può fare finta di niente. «Mah, sì… normale. Prima dei 27 anni ero giovane, fidanzate, avventure, divertimento… tutto nel rispetto. Poi però mi sono sposato. Quella è stata la donna della mia vita, lo dico col cuore in mano. Mi ha dato due figli bellissimi: Brando e Blu Maria.» Li nomina e il tono cambia. Diventa morbido. Di quei morbidi che ti fanno capire che lì c’è il centro del mondo. «Sono legatissimo a loro. Brando è maggiorenne, Blu Maria ha quasi tredici anni… ma le donne sono avanti anni luce, quindi per me è già in fase di adolescente che ti manda in pensione.»

Una mia caricatura.

Poi arriva lo strappo. Non lo evita, non lo gira.

«Dopo 20 anni di matrimonio, dopo il Covid… non so cosa sia successo. O meglio: so che è colpa mia. È finita. E ogni giorno combatto quel rimorso.» Non lo dice piangendo, lo dice da uomo. Da uomo che ha perso qualcosa di tremendamente importante, che non sa se potrà più ritrovare.

Bologna: le radici, il carattere, le prime botte della vita

Alessandro nasce a Bologna, l’8 agosto 1974. Cresce lì, tra quartieri popolari e sogni che passano per le strade, non per i libri. A sedici anni è allo stadio, proprio al Renato Dall’Ara. È l’epoca in cui il calcio è polvere, fumo, schiene dritte e guai veri. Durante una partita sotto una fitta nevicata, qualcuno tira una palla di neve verso i poliziotti del reparto mobile, ovvero la “celere”, come dicevano allora. «Io scappo, corro come un dannato. Uno di questi mi raggiunge, mi dà una manganellata sulla schiena… non cado perché avevo più paura che mio padre mi rimproverasse che dei poliziotti.» Ride. Ma non è una risata leggera. Torna a casa, la schiena viola. Suo padre gliela scopre con uno schiaffo affettuoso. E capisce. Capisce cosa può succedere, capisce che la strada può fare male, capisce che non si scherza con certe cose. Quella botta non lo allontana dalla divisa. Lo avvicina.

Sbarbato.

Mondiali ’90: la scintilla che cambia tutto

Sono gli anni dei Mondiali Italia ’90. Studi tecnici zero, social zero, vita vera cento. «Vedevo la polizia, i reparti mobili… inquadrati, belli piazzati. Sembravano spartani. E poi quella scena a San Siro, Holligans tedeschi contro Holligans inglesi… due squadre di poliziotti schiena contro schiena, che si aprivano e si richiudevano come una scatola. Scontro pulito, preciso, contro veri delinquenti.» Non era violenza gratuita. Era disciplina. Era un codice. «Lì ho detto: io voglio fare questo.»

Con i fratelli della Sala Gessi di Bologna.

Il militare, la scuola, diventare uomo

Il 22 luglio 1992 Alessandro entra in polizia. Selezioni a Trieste, scuola a Milano c/o il III° Reparto Mobile. «A Milano ho capito cosa voleva dire essere uomo. Ti formavano. Ti asciugavano. Ti facevano diventare qualcuno su cui gli altri potessero contare.» Poi rientra a Bologna. Vita dura, vita piena.

A Lidbons, sempre a seguito del Bologna F.C.

Pesaro, l’amore della vita, la scelta che cambia tutto

La vera svolta però arriva grazie a una festa. A un incontro. A un bacio. Incontra Laura. La donna che amerà davvero. Quella che gli spacca il cuore e poi lo ricompone. Quella che diventerà sua moglie, la madre dei suoi figli. E lo porta a vivere vicino Pesaro. «Quando l’ho baciata… mi è passato davanti tutto. Tutto quello che ero, quello che non volevo più essere. È stato il primo vero amore.» Fa avanti e indietro tra Bologna e Pesaro per anni, poi si trasferisce. La vita costa meno, la pace costa meno, la famiglia invece vale tutto. Nasce Brando. Poi Maria. E dopo il Covid, qualcosa si rompe. O forse qualcosa dentro di lui si rompe prima. «Non so se il Covid mi ha fatto male, se il vaccino, se la testa… E so che il matrimonio è finito per colpa mia. E quel rimorso lo porto ogni giorno.» La sua voce non trema. Ma ti trema addosso.

Pesaro capitale della cultura 2024, con il gruppo Bologna Club Pesaro Franco Battisodo.

Che papà è Alessandro

Alessandro, quando gli chiedi che papà sia, non ha dubbi: «Faccio il possibile. Sono presente.» Lo dice con quella semplicità che pesa come una dichiarazione d’amore. Racconta che divide tutto tra i due figli senza nessuna differenza: niente “maschio/femmina”, niente ruoli. Solo affetto, presenza, protezione. Il figlio ormai ha 18 anni e Alessandro gli ha «rotto un po’ le scatole» per l’università, lo dice ridendo, ma alla fine, appena ha smesso di pressarlo, il ragazzo si è messo in moto da solo. La piccola invece è molto legata a lui. «Ma anche il maschio, eh… però lei…» Quel «però lei» è la frase che ti scappa quando parli di chi ti prende il cuore per mano. Con Brando vive il calcio: lo segue ovunque, fa il team manager alla VF Adriatico. Con la figlia e la pallavolo non ha lo stesso ruolo operativo, ma corre a vederla ogni volta che può.

Ecco come nasce il club dedicato al Bologna a Pesaro

A Pesaro dominano Inter, Milan, Juve. Il Bologna non è mai stato “dominante”. Poi un incontro casuale, un tatuaggio enorme, una conversazione. Nasce il legame con Guglielmo, futuro presidente del club. Durante il Covid, altri contatti, altre coincidenze. Si crea un gruppo vero: fratellanza, cene, trasferte, amicizie. «Oggi contano 60 iscritti e stanno preparando una nuova sede. È come un fratello. Ci capiamo con uno sguardo.»

Il mio hobby lavorare il legno.

L’uomo che non cerca la luce ma la porta

Alessandro è uno di quelli che non fa rumore, ma fa la differenza. Padre presente. Amico fedele. Tifoso con il cuore addosso. Poliziotto che corre verso chi ha bisogno. Uomo che costruisce comunità. E mentre chiude la porta dell’auto di servizio, porta le borracce dei ragazzi della VF, incita la figlia in garage o applaude in curva Bulgarelli con gli occhi lucidi, sembra dire una sola cosa: Che sia famiglia, lavoro, città o fede sportiva… se ci sei, esserci davvero è tutto.

Danilo Billi

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