La storia di un DJ che ha attraversato epoche, rivoluzioni e generazioni, restando sempre fedele alla musica
Ci sono vite che non si limitano a scorrere: risuonano. Hanno il battito di un click che vibra nel petto, la delicatezza di un vinile che si posa sul piatto, la forza di chi ha scelto la notte come casa e la musica come lingua madre.
La storia di Luca Arcangeloni, conosciuto da tutti come DJ Auerbach, non è solo la storia di un DJ. È la storia di un ragazzo che ha ascoltato un vinile e ha capito che il mondo poteva essere tradotto in frequenze. È la storia di un uomo che ha attraversato quarantasette anni di rivoluzioni musicali senza mai perdere la sua identità. È la storia di un mestiere che è cambiato, si è trasformato, si è quasi dissolto… ma che lui ha continuato a difendere con la stessa cura con cui si protegge un fuoco sacro.

Questa non è un’intervista. È un viaggio. È un atto d’amore verso la musica, verso Pesaro, verso la notte. È la testimonianza di chi non ha mai smesso di ascoltare e di farsi ascoltare.
Ci sono storie che non iniziano. Si accendono.
Quella di Luca Arcangeloni, in arte DJ Auerbach, nasce così: non con un debutto, non con un palco, non con un applauso. Nasce in una stanza. Una stanza qualunque, ma destinata a diventare un tempio.
C’è un giradischi. C’è un padre che ascolta. C’è un ragazzo che osserva, in silenzio, come si osserva un rito antico.
Ascolta il padre. Ascolta il vinile che gira. Ascolta la musica classica che riempie l’aria come un incantesimo.
E senza saperlo, sta già scegliendo il suo destino.
“La musica mi è entrata dentro da casa”
«Mi sono appassionato così, ascoltando. Mio padre comprava vinili, ascoltava tanta musica, anche classica. Io stavo lì, e mi entrava dentro tutto.»
Non è nostalgia. È genealogia. È la radice di tutto.
Prima dei club, prima delle luci, prima delle piste, c’è sempre un momento in cui qualcuno decide, senza dirlo, che la musica non sarà un sottofondo. Sarà un linguaggio. Sarà una vita.
«Poi sono arrivate le cassette, quelle remixate… le nostre cassette. Lì ho iniziato a giocare davvero.»
Giocare. Ma con la serietà di chi sente che quel gioco è già una vocazione.
1977-1978: i primi dischi, le prime notti costruite in casa
«Ho comprato l’impianto, ho iniziato a comprare dischi in discoteca. Mi piaceva la Disco Music. Ho iniziato a mixare, a registrare.»
È un’epoca senza internet, senza tutorial, senza scorciatoie. Solo vinile, orecchio e intuizione. Solo tentativi, errori, magie.
«Facevo cassette e le davo agli amici. Poi hanno iniziato a girare. Giravano per tutta Pesaro.»
È il passaparola analogico. Quello vero. Quello che non puoi controllare, ma che se funziona… ti cambia la vita.

La cassetta che cambia tutto: la Ford Capri e il primo locale
Poi succede qualcosa che oggi sembra impossibile. Una cassetta, una di quelle, finisce nella macchina giusta. Nel posto giusto. Nel momento giusto.
«È arrivata nella macchina di un gestore di un locale, l’Arianna, a Fano. Lui l’ha ascoltata, gli è piaciuta e mi ha chiamato.»
Luca ha 15 anni. Quindici.
«Non avevo la macchina, niente. Andavo giù con lui. Lui, la moglie, il figlio… e la sua Ford Capri. Andavamo insieme.»
Sembra una scena scritta da un regista. Ma è la realtà.
«Ho iniziato la domenica pomeriggio. All’epoca si faceva tantissimo.»
Ed è lì che nasce DJ Auerbach. Resident. 1979-1982. All’Arianna di Fano.
«Da lì è iniziato tutto.»
“Dal ’79 non mi sono mai fermato”
Ci sono carriere fatte di pause. E poi ci sono vite come questa.
«Non mi sono mai fermato. Neanche una settimana.»
Non è una frase fatta. È un dato. È una dichiarazione di appartenenza.
«Ho sempre lavorato.»
Quarant’anni di notti, chilometri, casse, gente, musica, fatica, adrenalina. Quarant’anni di vita vissuta al ritmo di un BPM.
Gli anni ’80: la vita al massimo volume
Quando gli chiedi quali siano stati gli anni più belli, non esita.
«Gli anni ’80. Erano i miei anni. Avevo vent’anni, poi venticinque, trenta. Lì ho vissuto tutto.»
Gli anni in cui le discoteche erano templi. Gli anni in cui il DJ era sacerdote. Gli anni in cui la pista non perdonava, ma sapeva amare.
Gli anni in cui la notte era un universo, non un contorno.
L’arte invisibile: leggere la pista
C’è una cosa che distingue un DJ da tutti gli altri. Non è la tecnica. Non è la musica. È lo sguardo.
«L’occhio clinico sulla pista ce l’hai col tempo. Devi capire quando spingere, quando fermarti, quando cambiare.»
È una forma di empatia sonora. Un dialogo silenzioso tra chi suona e chi ascolta.
«Cerco sempre di coinvolgere, far divertire, ma senza esagerare. Mantengo una linea elegante.»
Eleganza. Una parola che oggi sembra quasi fuori moda. Ma che per lui è ancora un valore.
Pesaro, il legame che non si spezza
Se c’è una città che ha segnato la sua storia, è Pesaro. E viceversa.
«Ho lavorato tanto qui, soprattutto negli anni ’80. Il Kaos è stato uno dei locali più belli in assoluto.»
Un nome che per molti è leggenda. Un luogo che non esiste più, ma che continua a vivere nei racconti.
«Ho sempre mantenuto il rapporto con la gente. E credo che questo conti.»
Conta eccome. Perché nella notte, più della musica, resta la fiducia.
Sacrifici? “Se ami quello che fai, non esistono”
Una risposta che spiazza.
«Sacrifici pochi. Se ti piace davvero, lo fai con gioia.»
Ma poi arriva la verità, quella che non puoi evitare.
«Il problema è il fisico. Lavorare di notte pesa. Più vai avanti, più lo senti.»
E allora disciplina.
«Io non bevo, non faccio eccessi. Sto attento a quello che mangio. Mi tengo in forma.»
Perché la notte non perdona chi si lascia andare.

Il corpo che segue la musica
Chi lo ha visto suonare lo sa. Non è mai fermo.
«La musica mi entra dentro. Mi muovo, accompagno.»
Ma sempre con misura.
«Non devi essere invadente. Devi trasmettere, non rubare la scena.»
È una linea sottile. E lui la conosce bene.
La scena che cambia: la fine dei club
Poi arriva il punto più amaro.
«Negli anni ’70 e ’80 c’erano tanti locali. Oggi sono pochi. Ma non solo a Pesaro: ovunque.»
Il problema non è solo la quantità. È la qualità.
«Adesso si fa musica nei ristoranti, negli aperitivi… ma non sono posti adatti. Ballare e mangiare devono essere due cose separate.»
Due binari. Che oggi si sono incrociati.
«I club veri sono finiti tra gli anni ’90 e 2000.»
E con loro, un pezzo di mondo.
Internet, Spotify e la fine della selezione
Il colpo finale? La tecnologia.
«Quando ho iniziato eravamo pochi. Cinque a Pesaro. Oggi siamo centinaia.»
Ma non è crescita. È dispersione.
«Prima il DJ cercava la musica, comprava vinili, proponeva. Era lui a fare cultura.»
Oggi?
«Internet ha cambiato tutto. Spotify, le piattaforme… tutti possono avere tutto.»
E questo ha un prezzo.
«Si è perso valore. Si è saltato un passaggio fondamentale.»
Il DJ: un mestiere svuotato
Il paragone è netto.
«Chiavette, playlist… gente che si improvvisa.»
Non è rabbia. È constatazione.
I numeri che raccontano una rivoluzione
«Negli anni ’80 facevo 200 serate l’anno.»
Duecento.
«Oggi ne faccio 50.»
Non perché sia cambiato lui. Ma perché è cambiato tutto intorno.
Il pubblico pesarese: colto, ma difficile
Un’analisi lucida.
«Il pesarese è molto preparato musicalmente. Più di altri.»
Ma…
«Balla meno. È più da ascolto.»
E questo cambia tutto.
«Se il locale è pieno si scatena. Ma se non lo è, si trattiene.»
Un pubblico esigente. E per un DJ, è una sfida continua.
Dalla new wave al punk: la libertà di sperimentare
Auerbach non è mai stato un DJ monotematico.
«Ho fatto di tutto: rock, new wave, punk…»
E non solo.
«Ho anche imposto stili. E la gente mi ha seguito.»
Perché quando c’è credibilità, il pubblico lo sente.
Il rispetto: l’unica cosa che non cambia
Alla fine, resta questo.
«Quando suono vedo la gente. E vedo rispetto.»
Un rispetto costruito in anni. Disco dopo disco. Notte dopo notte.
Il ritorno delle cassette: il tempo che gira in cerchio
E poi, quasi a chiudere un cerchio…
«Sai che stanno tornando anche le cassette?»
Sembra incredibile. Ma è vero.
«Con internet puoi ricomprare tutto. Anche il vintage.»
La musica cambia forma. Ma non muore mai.
La notte continua
Luca Arcangeloni continua a suonare. Weekend dopo weekend. Locale dopo locale. Dal Bikini di Cattolica all’Hostaria del Castello, passando per una mappa infinita di piste e persone.
Senza fermarsi. Come ha sempre fatto.
Perché per alcuni la notte è un momento. Per altri è una scelta. Per lui, è stata ed è ancora una vita intera.
Poi è arrivata la pandemia. Quanto ha inciso sul vostro mondo?
«È stato un macello per tutti. Si è fermato tutto. Ma era anche giusto così, viste le condizioni. Dopo il Covid il settore ha dovuto ricostruirsi, e non è stato semplice.»

Oggi però il pubblico può seguirti anche online. Quanto contano i social?
«Oggi chi vuole ascoltarti ti segue su Facebook, Instagram, X, YouTube. Ci sono anche diversi video online. Però spesso sono i locali stessi a fare promozione: pubblicizzano le serate, gli eventi… ed è giusto così, perché hanno tutto l’interesse a farlo.»
C’è però anche un lato negativo dei social, giusto?
«Sì, secondo me hanno creato un po’ di confusione. Oggi il DJ è diventato anche PR, promoter… deve portare gente, pubblicizzarsi.
Ma quello non è il suo lavoro.
Il DJ deve fare il DJ: cercare musica, ascoltarla, provarla, comprarla. Deve costruire un suono. Se si mette a fare tutto il resto, perde la sua identità.»
Parliamo proprio della musica: come scegli cosa suonare?
«Io non sono mai stato uno che gira per locali. La musica la ascolto molto alla radio, e poi vado a sentimento. Se un disco mi piace, lo suono. Può essere nuovo o vecchio, non importa.
La verità è che decido tutto davanti alla pista. Guardo le persone, vedo come reagiscono, sento l’atmosfera. È lì che capisco cosa mettere.»
Quindi niente scalette già pronte?
«Assolutamente no. Io sono molto istintivo, ed è questa la mia forza. Quando arrivo in console non so nemmeno io cosa metterò.
E proprio per questo sorprendo.
La gente non può prevedermi. Non può dire: “metterà sicuramente questo”. E quando li spiazzi, ma in modo giusto, la pista reagisce.»
Oggi molti DJ lavorano con set già preparati, magari su chiavetta…
«Sì, è vero. Ma io non sono da chiavetta. Io guardo la pista.
C’è chi arriva con tutto già fatto da casa, ma così perdi il contatto con il pubblico. Io invece cambio continuamente, creo un’onda. Non faccio mai la stessa serata.»
Quanto conta l’esperienza in tutto questo?
«Tantissimo. Dopo 47 anni, quando vedo una persona entrare in pista, spesso so già cosa vuole. È una sensibilità che costruisci nel tempo.
Ma non significa adagiarsi. Io metto musica nuova anche a un pubblico di 60 anni. È questa la mia “follia”, se vogliamo.»

In una frase: cos’è per te fare il DJ oggi?
«È vivere la musica insieme alla gente. Non programmarla.»
In un mondo che corre, che semplifica, che appiattisce, DJ Auerbach resta un artigiano della notte. Uno degli ultimi capaci di leggere una pista come si legge un volto, di trasformare un brano in un ponte, di far vibrare generazioni diverse con la stessa intensità.
La sua storia non è solo un viaggio nella musica. È un promemoria. Che la notte, quando è vera, non si spegne. Si tramanda. Si custodisce. Si difende.
E continua a battere forte, ostinata, luminosa, nel cuore di chi, come lui, non ha mai smesso di ascoltarla.
Danilo Billi
