
Ci sono negozi che aprono la mattina e chiudono la sera. Poi ci sono posti che diventano memoria di un quartiere.
Il negozio delle sorelle Bacciaglia, in viale della Vittoria 246, appartiene alla seconda categoria.
Da ventisei anni quella porta si apre e si chiude centinaia di volte al giorno. Entra chi deve pagare una bolletta, chi passa per un pacco da ritirare, chi cerca un vino buono per la cena. E poi c’è chi entra semplicemente per dire: «Ciao, come va oggi?»
Dietro il bancone ci sono Raffaella e Beatrice. Due sorelle che in questi anni hanno visto passare pezzi di vita interi davanti alla loro cassa.
«All’inizio però non entrava nessuno», racconta Raffaella con un mezzo sorriso.
L’inizio in salita
Ventisei anni fa il negozio non era ancora “il negozio delle Bacciaglia”.
«Lo abbiamo rilevato noi. Non era della nostra famiglia.»
Le storie delle botteghe spesso iniziano così: con un salto nel vuoto.
«I primi tempi sono stati duri. La gente non entrava. Te lo dico proprio così.»
In un quartiere dove farsi conoscere richiede tempo, pazienza e una certa dose di ostinazione.
«Poi piano piano arrivano i primi clienti. Qualcuno torna, qualcun altro parla di te. E così cominci a costruire qualcosa.»
Dietro quel banco, nei primi anni, c’era anche un uomo silenzioso ma fondamentale: il padre, recentemente scomparso. E negli ultimi tempi, a consegnare le spese, c’era il compianto Alberto. Adesso è subentrata da circa un anno Claudia.
«Nostro padre era già in pensione. Però veniva qui a darci una mano.»
Non era il titolare, ma era una presenza.
«Ci aiutava con i turni, con il negozio, con tutto quello che serviva.»
Nelle botteghe vere succede spesso: il lavoro diventa una faccenda di famiglia.
Il negozio che cambia con il tempo
Quando le sorelle Bacciaglia iniziano, il negozio è soprattutto un tabacchi.
«Sigarette, lotto, gratta e vinci. Il classico.»
Poi il mondo cambia. E i piccoli negozi devono cambiare con lui.
«Abbiamo iniziato ad aggiungere servizi: bollette, bolli, spedizioni, punto posta, pacchi.»
Una trasformazione lenta, quasi naturale.
«Oggi la gente viene qui per tante cose diverse.»
È la sopravvivenza intelligente delle botteghe italiane.
La differenza che non sta nel prezzo
A pochi metri ci sono supermercati e grandi catene. Una battaglia che sembra impari.
«Ovviamente non possiamo avere i prezzi dei supermercati.»
Ma Raffaella lo dice con la tranquillità di chi ha scelto un’altra strada.
«La differenza è nella qualità.»
Dietro ogni prodotto c’è una selezione.
«Abbiamo fornitori che lavorano con noi da anni. Alcuni li abbiamo cambiati nel tempo, ma molti sono rimasti.»
Salumi, formaggi, prodotti scelti con attenzione. E una piccola passione.
«Abbiamo anche una bella scelta di vini.»
Non serve una carta chilometrica. Serve fidarsi di chi sta dietro il bancone.
La vita vera della bottega
Chi non ha mai lavorato in un negozio pensa che sia una routine semplice.
Apri. Servi. Chiudi.
In realtà è un’altra storia.
«La mattina la sveglia suona presto.»
Molto presto.
«Verso le sei e mezza siamo già in piedi per essere qui alle sette e mezza.»
Ore lunghe. Giornate piene.
«Prima avevamo l’aiuto di nostro padre e riuscivamo a dividerci un po’ meglio.»
Poi, come succede nella vita, le cose cambiano.
Il negozio come confessionale
Il bello delle botteghe non è quello che vendono. È quello che ascoltano.
«Qui entrano persone che conosciamo da anni.»
Clienti che diventano volti familiari.
«A volte qualcuno si ferma a raccontare i suoi problemi.»
Raffaella ride.
«Un po’ come i baristi.»
C’è una regola però. Una di quelle non scritte ma sacre.
«Quello che si dice qui dentro resta qui.»
Due sorelle, due caratteri
Raffaella e Beatrice lavorano insieme da una vita. E la differenza si vede.
«Siamo diverse.»
Molto diverse.
«Qualcuno dice cane e gatto», scherza Sergio che è subentrato ad Alberto. Poi si corregge: «No… diciamo il giorno e la notte.»
Ma c’è una cosa che non cambia.
«Il rispetto per i clienti.»
Poi, quando nasce la confidenza, arrivano le battute. Le risate. Le storie.
Il vuoto dietro il bancone
Tra gli scaffali e il bancone c’è anche un’assenza. Quella del padre.
«Lui faceva parte del negozio.»
Non era ufficialmente il titolare. Ma c’era sempre.
«Se c’era qualcosa da sistemare bastava chiedere a lui.»
Poi succede che la vita cambia improvvisamente.
«A volte mi viene ancora da pensare: adesso chiedo a babbo.»
Una frase che resta sospesa nell’aria.
Un negozio che è diventato quartiere
Oggi, dopo ventisei anni, il negozio delle sorelle Bacciaglia è molto più di un’attività commerciale.
È un punto fermo.
«La nostra clientela è soprattutto quella della zona porto.»
D’estate arrivano anche i turisti.
«Entrano per una birra o una Coca-Cola veloce.»
Ma il cuore resta lo stesso. Il quartiere. La gente.
«La cosa più bella», dice Raffaella, «è quando qualcuno entra e ti dice che è venuto qui apposta.»
Allora capisci che quella porta aperta da ventisei anni non è solo l’ingresso di un negozio.
È una piccola frontiera di vita quotidiana.
Dove il tempo passa. Le persone cambiano. Ma dietro il bancone restano sempre loro.
Le sorelle Bacciaglia.
Custodi silenziose di un mestiere antico: tenere insieme un pezzo di comunità.
Danilo Billi
