“La musica è stata il mio rifugio e poi la mia rivoluzione”
Intervista a un giovane musicista pesarese Lorenzo Giagnolini che della chitarra ha fatto un destino.
Gli inizi: quando nasce un amore che cambia tutto
«Tutti gli amori nascono da qualcosa… e il mio è nato alle medie». È così che il giovane chitarrista racconta il primo incontro con la musica: un amore fulmineo, spontaneo, capace di accendersi proprio nel periodo più fragile della vita.
Aveva appena iniziato la seconda media quando, tra i soliti problemi di un’età complicata e qualche “controversia con dei compagni un po’ prevaricatori”, arriva una rivelazione: la musica può salvare.
«Il mio cervello tende a cancellare le cose negative. Però ricordo benissimo quando ho iniziato a suonare: ho capito subito che era qualcosa di diverso». E quella differenza esplode qualche anno dopo, quando pubblica il suo primo video su Facebook, una versione di Stairway to Heaven.
Sotto, una dedica: “A chi pensa che non ce la posso fare”.
Un manifesto. Una dichiarazione di identità.

Dai primi strumenti alla chitarra: un colpo di fulmine inevitabile.
Il suo percorso nasce in casa: grazie a suo “babbo”, prima il flauto, poi il pianoforte. Ma la svolta arriva quando la famiglia si trasferisce da Gradara a Gabicce Mare.
Lì incontra un anziano signore di 92 anni che gli mostra i primi accordi con la chitarra, tra una partita a briscola e una battuta. Un incontro quasi cinematografico.
«Da quel momento non ho più lasciato la chitarra».
E non una sola chitarra:
✔ classica
✔ acustica
✔ elettrica
«È una fortuna enorme. Da insegnante, soprattutto, poter avvicinare i ragazzi con strumenti diversi fa tutta la differenza del mondo».
Il Conservatorio: un percorso scelto con il cuore
Il peso di una decisione e la leggerezza di un sogno
Dopo l’esperienza al Liceo Musicale Marconi di Pesaro, il sogno sembrava un altro: trasferirsi a Milano per frequentare una grande Accademia.
Poi arriva il Covid, cambiano le priorità, cambia la musica… in tutti i sensi.

«Mi sono innamorato della musica classica. Ho capito che insegnare poteva essere una strada, forse la strada».
Così sceglie il Conservatorio Rossini, dove si laurea il 2 dicembre con un percorso sudato, intenso, trasformativo. Il voto? «Solo la ciliegina sulla torta». Perché ciò che conta è il viaggio, non il numero.
Masterclass, grandi maestri e una crescita continua.
Studiare in Conservatorio significa una cosa sopra tutte: vivere in un luogo che diventa persona.
Masterclass gratuite, insegnanti di altissimo livello, opportunità rare.
Tra le tante esperienze, ricorda:
• la masterclass con Duccio Bianchi
• quella con Pavel Steidl a Fiesole
• il festival Homenaje a Padova, con David Russell, Giacomo Susani e tanti altri importanti chitarristi e compositori del panorama musicale internazionale.
Un bagaglio che cresce, si stratifica, si accende.
E che un giorno restituirà ai suoi futuri allievi da bravo insegnante, perché, confessa: «ho visto anche tanti insegnanti ignoranti. E io voglio diventare l’opposto».

Musica, resilienza e persone che ti sostengono
Studiare uno strumento è una lotta. Contro se stessi, contro i giorni no, contro la frustrazione.
«Lunedì suoni in un modo, martedì in un altro. Non sei mai uguale.
Serve pazienza, tanta pazienza… che io non ho sempre».
A tenerlo su c’è una persona speciale: Giorgia.
«Mi sostiene in modo indescrivibile. Lei gioca a calcio da quando aveva dieci anni: sa cosa significa fare sacrifici, sputare veleno e continuare. È resilienza pura».
E poi ci sono i bambini.
Gli allievi.
I più grandi maestri.
«Ogni bambino ti obbliga a migliorarti. A inventare nuovi modi per spiegare. Ti crea delle “cartelle” nella testa che userai tutta la vita».

Cos’è davvero il Conservatorio per chi lo vive ogni giorno?
Dietro le mura del Conservatorio Rossini, i pesaresi vedono una scuola.
Per lui, invece, è un ecosistema umano.
«È riduttivo chiamarlo scuola. Io lo vedevo così all’inizio, ma poi capisci che non c’entra nulla: lì dentro incontri persone come te, con la stessa passione. Diventa un’essenza, non un luogo.
Un posto dove si cresce, si sbaglia, si respira musica. E’ una fortezza amica».
Suonare davanti al pubblico: isolamento o connessione?
Quando gli chiedo cosa prova durante un concerto, sorride:
«Tendo a isolarmi, ma non perché lo voglio. È la musica che ti ci porta.
Entro in una bolla.
Il compito dell’interprete è portare anche il pubblico lì dentro».
Non serve guardare le reazioni come farebbe un DJ.
Serve sentirle.
Serve raccontare un mondo, e far sì che chi ascolta voglia entrarci.
La chitarra: una piccola orchestra che respira nelle mani.
La sua definizione preferita?
«La chitarra è una piccola orchestra
Permette di unire voci diverse, colori diversi, timbri infiniti.
E ogni esecutore la trasforma, perché cambiano le mani, le unghie, lo strumento stesso».
«Un DO al pianoforte è uguale per tutti.
Un DO sulla chitarra cambia da persona a persona.
È magia pura»

La classica è lo strumento del lavoro e della ricerca artistica.
Acustica ed elettrica sono libertà: Pink Floyd, band, suoni che si aprono al mondo.
La storia di un ragazzo che la musica l’ha scelta… e si è fatto scegliere.
Questa è la storia di un giovane musicista, Lorenzo Giagnolini che ha trovato nella musica prima un riparo, poi una voce, poi una strada.
Una storia fatta di studio, sacrifici, gratitudine, coraggio e gentilezza.
Una storia che nasce qui, nel nostro territorio, tra Pesaro, Gradara, Gabicce Mare e che merita di essere raccontata.
Perché quando qualcuno mette il cuore nelle corde, non suona solo musica.
Racconta la vita.

Ringraziamenti speciali?
«Alla mia famiglia.»
Danilo Billi
