Sanremo si è aperto come si aprono le case antiche: con una voce che non c’è più ma che continua a tenere insieme le stanze. La voce di Pippo Baudo, risuonata in apertura, ha fatto da ponte tra generazioni, come se il Festival avesse voluto ricordare a tutti che la musica non è solo gara, ma genealogia, eredità, radici che non smettono di parlare.
Sul palco, Carlo Conti e Laura Pausini hanno portato due energie complementari: la compostezza di chi custodisce un rito e la vitalità un po’ disordinata di chi lo attraversa con il cuore in mano. La prima serata è scivolata così, come un lungo respiro: trenta artisti, trenta modi diversi di dire “ci sono”, trenta tentativi di raccontare un Paese che cambia e che, nonostante tutto, cerca ancora una melodia comune.
Tra gli applausi, gli omaggi hanno costruito un mosaico di memoria: Tiziano Ferro che celebra i suoi venticinque anni di carriera, l’orchestra che rende omaggio a Peppe Vessicchio, e poi Ermal Meta che porta sul petto i nomi delle bambine palestinesi, trasformando il palco in un luogo di testimonianza. Non un gesto gridato, ma un gesto che chiede silenzio.
La seconda serata ha cambiato ritmo. È entrata come una corrente d’aria più fresca, più veloce, più luminosa. Quindici artisti in gara, il televoto che si mescola alle radio, e una classifica che comincia a prendere forma. Tommaso Paradiso, Nayt, LDA e Aka7Even, Fedez e Masini: nomi che emergono come fari nella nebbia, senza ancora sapere se saranno meteore o costellazioni.
Achille Lauro ha portato un ricordo dedicato a Ornella Vanoni, e per un attimo il teatro Ariston è sembrato una stanza piena di fotografie: quelle che si guardano quando si ha bisogno di sentirsi meno soli. Le atlete olimpiche, Pilar Fogliati, Lillo: presenze diverse, ma tutte unite da un filo invisibile, quello che lega lo spettacolo alla vita quotidiana, la leggerezza alla fatica.
E mentre scorrono le prime due serate, emerge una sensazione precisa: Sanremo quest’anno non vuole stupire, vuole riconciliare. Vuole rimettere insieme i pezzi di un’Italia che spesso si sente sfilacciata. Vuole ricordare che la musica è un luogo dove ci si può ritrovare senza chiedere documenti, senza schieramenti, senza difese.
Forse è questo il vero racconto dei primi due giorni: un Paese che si guarda allo specchio e, per una volta, non si giudica. Si ascolta.
Rosalba Angiuli

