Dove le persone diventano storie e le storie diventano specchi
Ci sono percorsi che non incontri: ti accadono.
Ci sono volti che non sfiori soltanto: ti entrano dentro, come un raggio che filtra tra le persiane e cambia per un attimo la temperatura dell’anima.
Personaggi allo Specchio nasce così, senza preavviso, come quelle cose che senti vere prima ancora di capire perché.
Questa rubrica non ha steccati, non appartiene a un solo mondo, non risponde a un’unica logica. S’ispira alle mie giornate, ai miei attraversamenti, ai colori e ai mestieri che si affacciano in quel grande teatro che è la vita di tutti i giorni.
Una volta, quando vivevo la fotografia come un’estensione del mio respiro, l’avrei chiamata street art: l’arte invisibile del comune, del semplice, dell’autentico. L’arte dei passi che incrociano altri passi, dei sorrisi improvvisi, delle mani segnate dal lavoro.
Oggi torno a raccontarla, questa arte minore e immensamente grande, sulle pagine di Pesaro Notizie di Rosalba Angiuli e sul mio blog.
Torno ai miei personaggi, quelli che, senza saperlo, hanno dato forma alla mia anima con pennellate lente e ostinate.
Perché certe persone, prima che incontrarle, le si intuisce.
E una volta che le hai incrociate, diventano inevitabilmente personaggi delle tue pagine interiori.

Ed è con uno di loro che voglio inaugurare questo viaggio:
Paolo Ubaldi, fruttivendolo storico di Pesaro, custode silenzioso di un mestiere che profuma ancora di stagioni.
L’uomo che difende la verità della frutta come altri difendono un amore antico
Il negozio di Paolo è una piccola isola.
Le cassette di legno impilate come torri, il profumo della terra ancora attaccato alle radici, le mele lucide come monete appena coniate. È un luogo che sembra sospeso, fuori dal tempo frenetico che scorre a pochi metri più in là.
Quando gli chiedo da quanto tempo esiste questo scrigno chiamato “Ubaldi”, lui risponde senza esitare:
“Dal 1987. L’ho preso da un altro signore.”
Lo dice come si citano gli anniversari importanti, quelli che contengono trent’anni di albe fredde, cassette caricate, mani screpolate, ma anche e soprattutto volti.
Perché nella voce di Paolo c’è la consapevolezza che un negozio non è quattro mura: è una storia di famiglia.
E com’è nata la passione per frutta e verdura?
Lui ride, quasi a sdrammatizzare ciò che nella realtà è stato un incontro decisivo.
“Per caso. Così.”
Eppure negli occhi si accende quella luce di chi sa che il caso, spesso, è soltanto una forma gentile del destino.
La sua mattina comincia quando la città dorme ancora.
Lo immagino scendere in strada mentre l’aria è ancora bianca di brina, quel gelo che pizzica la pelle e sveglia anche i pensieri più pigri.
“Mi alzo alle cinque. Cinque e mezza sono già fuori. Alle sette e un quarto apro il negozio.”
Un ritmo che ormai gli scorre nel sangue, come una liturgia antica.
Il lavoro, per Paolo, è sempre stato una questione di famiglia.
“Mio figlio è qui da dieci anni. Prima c’erano mia moglie, mia sorella… un percorso di tutti.”
Lo dice con quella dolcezza sommessa tipica delle persone che non hanno bisogno di alzare la voce per raccontare l’amore.
Gli chiedo aneddoti, storie di bottega.
“Meglio di no”, taglia corto.
E in quel “meglio di no” c’è un mondo: la riservatezza di chi ha visto umanità in tutte le sue forme e preferisce custodirla, più che esibirla.

E arriva il capitolo qualità.
Qui la sua voce cambia. Si fa più fiera, più appassionata.
“La nostra frutta è diversa. I supermercati abbassano i prezzi, ma la qualità non gli interessa. Per loro basta che costi poco. Arance del Marocco, uva del Senegal… che importa?”
Per lui importa eccome.
Paolo è un difensore delle stagioni, uno che non tradisce la terra per qualche euro in più.
“Se una verdura non c’è, non la prendo. Preferisco rinunciare che vendere roba dell’Egitto o simili.”
Un atto di resilienza quotidiana.
Un piccolo manifesto etico nascosto tra le cassette di frutta.
Gli chiedo quanto sia difficile oggi mandare avanti una bottega.
Lui sospira, come si fa davanti alle verità dure.
“Siamo rimasti in dieci, quindici fruttivendoli in tutta Pesaro. Ci vogliono far chiudere.”
Ma poi, subito dopo, una scintilla:
“Non ancora. Non è il momento.”
Parliamo dei pesaresi, delle loro abitudini.
“Vanno molto le erbette di campo, le cime di rapa, la misticanza… cose che nei supermercati non trovi.”
La sua bottega è una piccola enclave di autenticità, un rifugio per chi vuole ancora sentire un sapore vero.
Lo saluto chiedendogli cosa ami di più della sua città.
“La tranquillità. Qui sto bene E poi d’estate il bagno al mare e la spiaggia non me li leva nessuno!.”
E lo dice con quella pace semplice che non ha bisogno di rafforzativi.
Uscendo dal negozio di Paolo, ci si accorge che certi posti non vendono soltanto prodotti.
Vendono tempo.
Vendono memoria.
Vendono cura.
Paolo è uno di quei personaggi che non cercano la scena, ma la scena finisce inevitabilmente per cercare loro.
Perché in un mondo che corre, lui resiste.
In un mondo che appiattisce, lui seleziona.
In un mondo che preferisce il costo al valore, lui difende la qualità come fosse un’eredità da lasciare a suo figlio.
La sua è una storia di bottega, sì… ma anche una storia d’amore.
Amore per il mestiere, per la terra, per la sua città, per quella umanità minuta che entra ogni giorno tra quei banchi colorati come fossero un dipinto impressionista.

Paolo Ubaldi non è soltanto un fruttivendolo.
È un custode delle stagioni, un artigiano del gusto, un poeta silenzioso della normalità, uno di quei personaggi che, guardati allo specchio, non restituiscono soltanto la loro immagine… ma anche un po’ della nostra.
E forse è proprio per questo che Personaggi allo Specchio esiste:
per ricordarci che la vita non è fatta solo di grandi eventi, ma di piccole presenze.
Di mani che lavorano.
Di persone che restano.
Di storie che meritano di essere raccontate.
Danilo Billi
