C’è un’Italia che si scopre fragile non quando arriva il gelo, ma quando prova a chiamare un tecnico. È un’Italia fatta di numeri che squillano a vuoto, di “non facciamo questi interventi”, di telefoni irraggiungibili e di professionisti che sembrano fantasmi: esistono, ma non si manifestano.
Il risultato? Persone lasciate al freddo, spesso anziane, spesso sole, spesso con problemi di salute o di vista, costrette a inseguire un aiuto che dovrebbe essere un diritto minimo: avere il riscaldamento funzionante in inverno.
La scena è sempre la stessa: la caldaia fa acqua calda ma non parte il riscaldamento, il termostato è morto, e il cittadino — già provato — inizia il pellegrinaggio telefonico. Risposte? Poche. Disponibilità? Ancora meno. E quando qualcuno arriva, spesso “pasticcia” più che risolvere.
Nel frattempo, il freddo entra nelle ossa e la frustrazione sale. Perché non si tratta solo di un guasto: si tratta di abbandono tecnico, di un settore dove la reperibilità è diventata un optional e la responsabilità un concetto elastico.
Eppure basterebbe poco: un elenco aggiornato di tecnici realmente attivi, un servizio minimo di reperibilità, una rete di artigiani che non si tirano indietro davanti ai piccoli interventi. Perché un termostato a filo non è neurochirurgia: è un lavoro da dieci minuti, se lo fa chi lo sa fare.
Invece, troppo spesso, il cittadino si ritrova a sperare nel passaparola, nel vicino, nel proprietario di casa che “conosce uno”, in un tecnico che — se tutto va bene — arriverà il giorno dopo.
E allora la domanda è semplice: com’è possibile che nel 2026, in un Paese civile, il riscaldamento domestico dipenda dalla fortuna?
Forse è il momento di dirlo chiaramente: la termoidraulica italiana ha bisogno di una riforma culturale prima ancora che tecnica. Più trasparenza, più responsabilità, più rispetto per chi vive situazioni di fragilità. Perché il freddo non aspetta, e nemmeno la dignità delle persone.
Rosalba Angiuli

