Recensione: Il castello errante di Howl

Regia di Hayao Miyazaki, Studio Ghibli, 2004

Un film che è sogno, incanto, metamorfosi. Il castello errante di Howl non si guarda: si attraversa. Come un paesaggio interiore, mutevole e sospeso, dove ogni personaggio è una domanda sul tempo, sull’amore, sulla paura di vivere.

La protagonista, Sophie, viene trasformata in una vecchia da una strega gelosa. Ma invece di arrendersi, si incammina verso l’ignoto e trova rifugio nel castello di Howl, un mago affascinante e tormentato. Il castello stesso è un personaggio: un organismo vivente che cammina su gambe meccaniche, cambia direzione, si apre su mondi diversi.

La bellezza del film sta nella sua capacità di mescolare il quotidiano con il fantastico, la guerra con la tenerezza, la magia con la cura. Ogni scena è un quadro, ogni dialogo una poesia sussurrata.

La vecchiaia di Sophie non è una condanna, ma una liberazione. Howl non è un eroe, ma un’anima in cerca di pace. E il castello errante è il simbolo perfetto di ciò che siamo: creature in movimento, fragili e splendide.

Un film che non si dimentica, perché ci ricorda che anche quando tutto cambia, l’amore resta.

Rosalba Angiuli

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