Lo spezzatino non è una ricetta. È una relazione.
Richiede tempo, fiducia, capacità di aspettare. E io, con l’attesa, ho sempre avuto un rapporto intermittente.
Il contesto
Era una domenica pomeriggio. Avevo della carne da spezzatino, un po’ di cipolla, qualche carota, e una voglia di fare qualcosa che non fosse urgente.
Lo spezzatino mi ha guardata dal banco del macellaio come certi libri che sai che non leggerai subito, ma che vuoi avere in casa.
L’ho comprato. E ho deciso di provarci.
La preparazione (ovvero: il tempo)
Ho rosolato la carne con un filo d’olio e un po’ di burro, perché non riuscivo a scegliere. Ho aggiunto la cipolla, le carote, un pizzico di farina, e ho mescolato come se stessi cercando di convincere la carne a fidarsi.
Poi ho sfumato con il vino bianco. E lì, per un attimo, mi sono sentita una persona che sa cosa sta facendo.
Ho aggiunto il brodo. Ho abbassato il fuoco. E ho aspettato.
L’attesa
Lo spezzatino cuoce piano. Ti chiede di non guardarlo troppo, ma di esserci. Ogni tanto lo mescoli, lo assaggi, lo incoraggi.
Io, nel frattempo, ho fatto cose inutili: ho sistemato un cassetto, ho letto tre pagine di un libro, ho pensato a persone che non sento più.
E lo spezzatino, intanto, diventava tenero.
Il finale
Dopo due ore, la carne si spezzava con la forchetta. Il sugo era denso, profumato, quasi affettuoso.
L’ho servito con un po’ di purè improvvisato. E ho mangiato con quella calma che arriva solo quando hai cucinato qualcosa che ti ha chiesto tempo.
La lezione
Lo spezzatino non è solo una ricetta. È un esercizio di fiducia. Ti insegna che alcune cose, per riuscire, devono cuocere piano.
Rosalba Angiuli

