Puntata 3 — La ricetta che non volevo fare

Ci sono ricette che ti guardano da anni, come certe persone che incontri sempre al supermercato ma con cui non hai mai scambiato una parola. Le vedi, le riconosci, ti sposti. Per me, quella ricetta è sempre stata la frittata di patate.

Non so perché. Forse perché tutti la sanno fare “a occhio”, e io con l’occhio non ci ho mai fatto pace. Forse perché mi ha sempre dato l’idea di una cosa semplice che però, se sbagli, ti giudica. O forse perché, diciamolo, la frittata è una di quelle preparazioni che ti costringono a un gesto atletico: il ribaltamento. E io, con i gesti atletici, ho un rapporto di reciproca diffidenza.

Eppure, eccoci qui. È arrivato il momento di affrontarla.

Perché non la volevo fare

Perché la frittata è democratica, popolare, trasversale. E io, davanti alle cose troppo semplici, mi sento sempre un po’ inadeguata. Preferisco le ricette che dichiarano subito la loro complessità: almeno sai che soffrirai, ma con dignità.

La frittata no. La frittata ti dice: “Tranquilla, sono facile”. E poi ti tradisce.

Il momento della resa

Ho iniziato con un atteggiamento da investigatrice: ho guardato video, letto ricette, chiesto consigli. Tutti mi hanno detto la stessa cosa: “Vai a occhio”.

E lì ho capito che ero sola.

Ho preso tre patate, le ho tagliate come venivano, le ho messe in padella con un filo d’olio che, secondo me, era un fiume. Poi ho sbattuto le uova con un entusiasmo che non provavo dalle scuole medie. Ho salato. Ho pepato. Ho respirato.

E ho versato tutto in padella.

Il ribaltamento (ovvero: la prova del nove)

Quando è arrivato il momento di girarla, ho capito perché avevo evitato questa ricetta per anni. Ho preso un piatto. Ho fatto un respiro. Ho pensato a tutte le persone che, nella vita, hanno girato frittate senza farne un dramma.

E poi l’ho fatto.

La frittata è uscita intera. Non bella, non perfetta, ma intera. E per me è stato come vincere una medaglia in una disciplina che non avevo mai praticato.

Il risultato

Era buona. Davvero buona. Di quella bontà che non ha bisogno di complimenti, perché sa di casa, di tentativi, di piccole vittorie quotidiane.

E mentre la mangiavo, ho pensato che forse le ricette che non vogliamo fare sono proprio quelle che ci raccontano meglio: ci mostrano le nostre paure, le nostre manie, e poi — se siamo disposti a provarci — ci regalano una soddisfazione che non avevamo messo in conto.

Rosalba Angiuli

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