C’è una cosa che, come genitori, non siamo mai pronti a vedere: lo sguardo spento di nostro
figlio quando capisce che, per qualcuno, vale meno degli altri. Mio figlio ha 11 anni e ha
sempre amato il calcio. Quel pallone per lui era gioia, condivisione, sogno. Quella maglia,
anche se ancora piccola, la indossava con fierezza. Ma quest’anno, qualcosa si è spezzato.
Ha fatto parte di un gruppo di oltre 30 bambini. Un numero già difficile da gestire, ma che può
funzionare se alla guida c’è qualcuno capace di includere, motivare, ascoltare. Purtroppo, non
è stato il nostro caso.
Nonostante la costanza, la presenza, l’impegno ad ogni allenamento – e parlo di impegno
vero, silenzioso, fatto di fatica e speranza – mio figlio è stato convocato solo una decina di
volte su più di 80 partite. Non per problemi comportamentali, non per assenze. Solo perché
qualcuno ha deciso che non era abbastanza. Ma non gliel’ha mai spiegato. Ha lasciato che lo
capisse da solo, settimana dopo settimana.
In più occasioni è stato relegato, insieme ad altri pochi compagni, in una piccola parte del
campo, lontano dal gruppo principale. Una zona quasi invisibile, dove si giocava a parte,
senza sguardi, senza attenzione. Un allenamento dentro l’allenamento, ma senza alcuna
reale possibilità di crescita. Il messaggio era chiaro: “Tu sei di serie B”.
La cosa più dolorosa, però, è la consapevolezza che alla società interessa più la quota che il
bambino. Si riempiono le squadre, si raccolgono iscrizioni, si danno pacche sulle spalle e
illusioni. Ma sotto sotto, conta che i conti tornino. Il settore giovanile è diventato un business.
E i bambini? Strumenti. Numeri. Finché pagano, vanno bene. Poi li si mette da parte.
Un giorno, dopo aver sbagliato uno stop – uno solo – l’allenatore lo ha guardato e gli ha detto:
“Hai capito perché non ti convoco?”. Parole che forse, a detta di un adulto, possono sembrare
insignificanti. Ma per un bambino sono un macigno. Gli hanno tolto il diritto all’errore, alla
dignità, al sogno.
Com’è possibile che un allenatore – che ha il compito di guidare bambini, non atleti
professionisti, pur operando all’interno di una società di livello professionistico – si senta
legittimato a escludere in silenzio, a mortificare con leggerezza, a ignorare il valore di una
spiegazione?
Ci si dimentica troppo spesso che dietro ogni errore c’è un bambino che ha bisogno di essere
sostenuto, non giudicato. E che in quegli occhi ancora pieni di fiducia si specchiano sogni,
attese, e una richiesta silenziosa di rispetto e ascolto.
A dicembre, ci siamo confrontati con un consulente sportivo che, preso atto della situazione,
ci aveva suggerito di cambiare squadra per tutelare nostro figlio.
Ma è stato lui a rifiutare: voleva restare, non per l’allenatore o per la società, ma per i suoi
compagni.
Diceva: “Li conosco da anni, sono la mia squadra, voglio finire l’anno con loro.”
Non voleva tradirli.
Non scrivo queste righe per polemica. Scrivo perché il mio è solo uno dei tanti figli invisibili.
Bambini che vanno al campo con il cuore pieno, e tornano a casa svuotati, convinti di non
valere. Lo sport dovrebbe costruire, non distruggere. E ogni allenatore che sceglie di ignorare
uno di questi bambini, tradisce il suo compito più importante: educare.
Ai dirigenti, alle società, ai genitori, chiedo solo una cosa: guardate meglio. Guardate quei
bambini che stanno ai margini. Chiedetevi cosa stanno imparando. Perché se lo sport non è
per tutti, non è sport.
Firmato: Un genitore che crede ancora che crescere un bambino venga prima di vincere una
partita
Foto tratta da Facebook

