Il palio cambia nome ma non pelle

PESARO – Non è rimasto nemmeno il fumo del Palio dei Bracieri. E non certo per scelta poetica. A spegnere il fuoco, questa volta, non è stata la pioggia o la fine della festa, ma un groviglio imbarazzante di scandali, interessi privati e pasticci amministrativi. Dall’1 al 3 agosto si correrà sì un palio, ma con un altro nome, un’altra faccia e – soprattutto – con la memoria corta. Si chiamerà Palio di Pesaro, perché il vecchio nome, quello che per anni è stato sbandierato come simbolo di identità cittadina, ora è troppo scomodo persino da pronunciare.

A confermarlo è Matteo Martinelli, presidente provinciale dell’Unpli, l’ente a cui è stato affidato l’evento: “Non avrebbe senso far correre i partecipanti con un braciere in mano, sarebbe una presa in giro per chi ha organizzato il palio in passato”. Un’uscita curiosa, considerato che è proprio “chi ha organizzato il palio in passato” a essere finito nel mirino della magistratura.

Dietro il maquillage c’è infatti un’intera narrazione che si sgretola. Il Palio dei Bracieri, con i suoi simboli e i suoi rituali artificiali, è nato dal nulla, senza alcun radicamento storico, ma con un obiettivo chiarissimo: costruire un grande carrozzone dove far girare soldi, visibilità e incarichi. Altro che contrade: a Pesaro le contrade non sono mai esistite. Sono state inventate a tavolino per dare un’aura di tradizione medievale a un evento inventato da zero, buono giusto per produrre bandi, appalti e passerelle.

E infatti oggi quel castello di carta brucia da solo. L’inchiesta giornalistica Affidopoli, insieme all’indagine per concorso in corruzione della Procura di Pesaro, ha scoperchiato il vaso. Il colpo di scena? Il nome e il logo del Palio dei Bracierierano stati registrati a titolo personale da Massimiliano Santini. Tradotto: chi voleva continuare a usare il nome doveva pagargli le royalties. Il Comune, per non inciampare anche su questo, ha pensato bene di cambiare tutto. Nome nuovo, facce nuove, e via il braciere: via il simbolo, via il problema.

E allora ecco che il sindaco Biancani e l’assessore Vimini annunciano con toni trionfali la nuova gestione: “Abbiamo affidato l’evento all’Unpli, una realtà solida, capace di garantire trasparenza e sicurezza”. Peccato che non si parli di chi erano i vecchi gestori (troppo compromettente), né del fatto che il budget è stato quasi dimezzato: da grande evento di piazza a sagra di paese, il passo è breve. Ma si sa, in tempi di crisi e scandali, meglio rimpicciolirsi che spiegare.

Il resto? Una farsa. Si continua a parlare di “contrade”, si mantiene una struttura narrativa che non ha nulla a che vedere con la storia di Pesaro, ma serve giusto a tenere in piedi un gioco delle parti dove tutti fingono di credere a qualcosa che non c’è mai stato. Il Palio dei Bracieri non è mai esistito come tradizione: è stato un’invenzione con scopi ben precisi. Ora, caduto il sipario, si tenta un goffo rebranding, ma la puzza di bruciato resta nell’aria.

La verità è semplice e scomoda: questo non è un palio, è la versione istituzionalizzata di un affare che è sfuggito di mano. E mentre si spengono i bracieri, resta il dubbio che in tutta questa operazione l’unica cosa davvero autentica sia il desiderio di salvare facce e poltrone, non certo di celebrare la città.

Nino Valangamani

Nella foto: Villa Fastiggi vince il Palio dei Bracieri 2024

Lascia un commento