Vi sono tre tipi di “Capitali della Cultura”: le città che ottengono un premio politico, le città che per tradizione dedicano sforzi importanti alla conservazione dei beni culturali e le città che scelgono di rinascere, valorizzando il loro patrimonio di antichità e beni storico-artistici. Pesaro, come Agrigento, Capitale della Cultura 2025, appartengono al primo tipo. Agrigento è caratterizzata da abusivismo edilizio, costruzioni incompiute, strutture abbandonate in aree di pregio, rifiuti lasciati dappertutto, strade dissestate. Non basta, perché il degrado colpisce proprio quel centro storico che fu la gloria dell’antica Girgenti: discariche tra i vicoli, con cumuli di spazzatura, vecchio mobilio, vestiti e innumerevoli bottiglie. Persino i templi di Agrigento sono abbandonati a se stessi, colpiti da grave rischio idrogeologico. Un quadro fosco e preoccupante, che il riconoscimento non attenua, ma, al contrario, ci costringe a porci dei dubbi sulle candidature e sulla scelta finale delle giurie.
Noi che amiamo Pesaro non diamo, sinceramente, alcun valore al premio politico, ma siamo impegnati perché la città raggiunga gli altri due gradi di cultura, corrispondenti a miglioramenti, valorizzazioni e progettualità. Qui a Pesaro abbiamo tracce di una storia millenaria, eppure stiamo trasformando la città in un territorio anonimo e immemore. Un peccato, perché la cultura, oggi, è moneta, è prestigio e la nostra città è straordinariamente ricca di cultura da recuperare, dopo la cattiva gestione degli spazi urbani e del centro storico che ha caratterizzato il periodo fra le guerre, il dopoguerra e la contemporaneità. Abbiamo una miniera d’oro e diamanti e la ricopriamo di cemento e asfalto.
L’amministrazione ha fatto tanto per giungere preparata all’appuntamento con il 2024 e va apprezzata per questo. Tuttavia a Pesaro manca un progetto per valorizzare i beni culturali di cui il territorio cittadino è ricco. Potremmo avere un parco archeologico diffuso dedicato all’antichità preromana e romana, con reperti importanti quali le capanne picene, parti di mura romane, mosaici e domus. In quell’angolo di storia che si trova in via delle Galigarie, angolo via Mazza, purtroppo, si nota solo trascuratezza. Un peccato, cui si aggiunge la domus del I secolo a.C, con mosaici geometrici di grande pregio e gli ambienti ben delineati: l’atrium con l’impluvium, il triclinium, il pozzo (conservatosi intatto) nell’hortus, sacro alla Magna Mater. Tutto sotto terra, sepolto in modo grossolano, con pietrame e teli di plastica su una delle tracce più chiare della Colonia Iulia Felix Pisaurum. Poi abbiamo tracce medievali di enorme valore, a partira da Rocca Costanza, che potrebbe essere il simbolo stesso della città e invece è in stato di abbandono, così come il fossato e le vie circostanti. Se recuperata e valorizzata, sarebbe un luogo poderoso di memoria, con una cittadella sforzesca che non ha uguali. I meravigliosi portali malatestiani delle chiese di San Domenico, Sant’Agostino e del santuario della Madonna delle Grazie sono beni culturali di pregio assoluto, eppure si sgretolano sotto l’azione degli agenti atmosferici e li perdiamo giorno dopo giorno. Il patrimonio rinascimentale è in condizioni infelici e vi sarebbero tanti restauri urgenti da eseguire, nelle chiese e nei palazzi. Riguardo al prezioso Settecento a Pesaro, lo stupendo Complesso della Misericordia di Giannandrea Lazzarini e Tommaso Bicciaglia, che sarebbe l’orgoglio di qualsiasi città del mondo, sta per essere trasformato in uno strano ibrido: il tempio di cui il Lazzarini era così fiero sarà restaurato (grazie all’intervento della società civile che ne ha evitato l’annientamento), temiamo in modo approssimativo, e si troverà a far parte di un complesso di edilizia di basso profilo. Una scelta incomprensibile, perché il Complesso ha un valore artistico, storico e urbano inestimabile. Proseguiamo con l’Ottocento: il San Benedetto, capolavoro del grande architetto Giuseppe Cappellini sarà trasformato in abitazioni, uffici e non si comprende cos’altro. Si tratta di uno dei più imponenti edifici neoclassici d’Italia, che contiene architetture del XVI e XVII secolo. Un evento triste, senza dubbio. Le vie del Liberty conservano edifici grazie ai proprietari, che cercano di restaurali puntualmente, ma non vi è un percorso culturale che riguarda la Belle Époque a Pesaro. E poi il Parco Urbano di Scultura, un meraviglioso percorso le cui tappe sono capolavori della scultura contemporanea, da Arnaldo Pomodoro a Pietro Consagra, da Loreno Sguanci a Eliseo Mattiacci. Si parla da anni di questo “parco”, ma le sculture sono degradate dagli agenti atmosferici e non vi è un filo conduttore fra un’opera e l’altra, che richiederebbe un minimo di investimenti e progetti. Anche qui, tutto si arrugginisce e deteriora, nonostante l’impegno della società civile.
Potrei citare altre decine di situazioni che vedono un lento declino di una città d’arte e cultura fra le più interessanti e storicamente importanti. Sarebbe bello se celebrassimo la Capitale della Cultura 2024 non con gigantesche sfere digitali, palchi che occupano il lato intero di una piazza e proclami roboanti, ma con una promessa: “Pesaro riconosce gli errori e l’indifferenza verso i beni culturali; da quest’anno le cose cambieranno e sarà effettuato un recupero filologico di alto profilo, con piani a breve, media e lunga scadenza”. Allora sì, ci sarebbe da festeggiare.

Roberto Malini
scrittore e difensore dei diritti umani
consulente etico editoriale
Premio Rotondi 2018 quale “Salvatore dell’arte della Shoah”
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