


Sarai la protagonista di “Ghita: la storia della Fornarina”, secondo spettacolo in cartellone alla diciannovesima edizione del Fossombrone Teatro Festval, in programma il prossimo 27 luglio. Sei di Fossombrone: che effeto ti fa calcare il palco di casa?
“È una grande emozione essere a Fossombrone per un appuntamento così importante come il Festval. C’è profumo di casa, ma anche di una rassegna dal respiro nazionale. Cosa volere di più?”. –
Com’è Giulia Bellucci oggi? E come era la Giulia del passato, prima che la tua avventura professionaleprendesse forma e tempo? Cosa hai portato dentro del tuo paese in questi anni di studio e lavoro?
“Credo di essere sostanzialmente sempre la stessa, una sognatrice con una grande passione e la voglia e la determinazione di non darmi mai per vinta. Sono profondamente legata e grata al mio territorio, che porto sempre con me con la sua genuinità e la sua accoglienza”.
Leggendo la vita di Raffaello emerge, oltre al genio artstco che tutti conosciamo, la figura dell’uomo in preda agli istnti e alle passioni irrefrenabili, vittima e carnefice di se stesso. La figura di Ghita è un amore totale e incondizionato, conscia dell’uomo-Rafaello che ha davanti, ma non per questo indietreggia o tentenna. Anzi, dona se stessa all’amore. Chi è la donna-Ghita e cosa rimane dentro di te di questa figura?
“Ghita sono io, Ghita sono tutte le donne innamorate, Ghita è la potenza di un amore che nell’arte diventa eterno e nel cuore già lo è. Ghita è la profondità di un sentimento ancestrale denso di passioni contrastanti, sublime e diabolico. Ghita è l’amore, e l’amore, antico o contemporaneo che sia, ha la stessa linfa. Ghita è un’anima passata e modernissima, e anche se raccontamo una storia di 500 anni fa, dentro c’è l’umano e la sua matrice senza tempo”
Emerge forte la scissione tra l’umano e il divino in Rafaello. La figura nel semplicismo cartesiano degli oppost e dei doppi. Cosa ancora gli uomini secondo te non riescono a comprendere del mondo femminile?
“Credo che in ognuno di noi ci sia un’anima femminile e maschile insieme, per dirla con Virginia Wolf che in uno dei suoi scritti abbozza uno schema dell’anima, secondo il quale in ognuno di noi dominano due forze, una maschile e una femminile, e nel cervello dell’uomo l’uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull’uomo. Nell’uomo la parte femminile del cervello deve comunque agire: e anche la donna deve avere rapporto con l’uomo che c’è in lei. Per citarla testualmente: “Unagrande mente è androgina. Ed è appunto quando ha luogo questa fusione che la mente diventa pienamente fertile e usa tute le sue facoltà. Forse una mente puramente maschile non può creare, e così una mente puramente femminile. Credo che la cosa importante sia semplicemente cercare di ascoltarsi eavere la voglia reale di relazionarsi all’altro”.
Quanto è difcile sostenere un monologo e qual è la parte più impegnatva e faticosa nella preparazione tecnica del porsi davanti a un pubblico in questa modalità scenica?
“Un monologo è una magia. Inizialmente può sembrare faticoso sostenere da soli il testo, ma poi, con l’aiuto sapiente del regista e di un buon drammaturgo, il copione si dipana, nascono personaggi e luoghi e atmosfere, e tutti i tasselli si sistemano come in un grande mosaico. Un monologo ha in sé un po’ dell’antico rito delle storie raccontate davant al fuoco, e conserva, per me, un fascino antico e vagamente misterioso”.
Com’è nato il sodalizio artstico con il regista Giacomo Ferraù?
“Giacomo Ferraù è un giovane e talentuoso regista che, quando il comune di Urbino e Amat mi hanno proposto il lavoro, ci è stato suggerito da Cesar Brie, con il quale collabora e c’è un grande rapporto di stma. Un consiglio straordinario: Giacomo è molto in ascolto, professionalmente preparatissimo e appassionato, mi ha diretto con grande generosità e forza. Coadiuvato dagli straordinari Simone Faloppa e Giulia Viana, che hanno scritto un grande testo e assieme a lui lavorano alla compagnia Eco di Fondo, che ha prodotto il progeto. C’è stata subito una grande sintonia, loro sono anche bravissimi attori e hanno saputo creare i presupposti migliori per potermi guidare verso il risultato. È stato un percorso molto ricco professionalmente e anche umanamente”.
Racconta del sodalizio amicale, artistico e professionale con Frida Neri e della vostra associazioneculturale “AnimaFemina”
“Frida è una grande artsta e una grande amica, insieme abbiamo fato e faremo tanti lavori, ci capiamo al volo e ci piace perderci l’una nelle follie dell’altra. Anni fa insieme abbiamo fondato “AnimaFemina”, un porto sicuro e una base di lancio dalla quale far partire spettacoli e festval”.
Quali sono i tuoi progetti futuri, nella vita e nella professione?
“Ho mille idee per la testa, mille spetacoli, e mi impegnerò per farli nascere!”.
Arriviamo da anni estremamente complessi e difcili, per l’arte soprattuto: quali sono le tue rifessioni su passato e futuro?
“Credo che dopo questo tempo di buio, l’arte possa e debba poter essere un faro, per comprendere meglio e per andare avanti. Un’esigenza. E l’arte stessa non può esimersi da questo ruolo. A teatro respiriamo insieme, attori e pubblico, e ci riscopriamo vivi e umani. Mai come oggi e domani credo che questo sia necessario”.
Cosa augura Giulia Bellucci a se stessa e al suo pubblico?
“Mi auguro e auguro di poterci lasciare travolgere dalla bellezza e dallo stupore, e di poter portare a casa sempre “una goccia di splendore”.
Studio Mirò
Ufficio Stampa
