Hola Pablito

Se torno a quei giorni, anche quando in serie B faceva camionate di gol per il Vicenza di Gibi’, Pablito è stato di gran lunga il mio idolo. Più di tutti, precedendo El Diez. Era un grande simbolo, di quello che era riuscito a sfondare nonostante non fosse dotato di una prorompente fisicità. Era il tipo di attaccante che vedeva di far valere, affrontando centromediani “strutturati”, quello che aveva più di chiunque altro: astuzia, rapidità sul breve, senso della posizione. Così segnava, ma non si accontentava di un gol, triplette a gogò in biancorosso, prima di Perugia, dei giorni bui di una squalifica forse eccessiva, della rinascita con la Juve, del congedo con il Milan. Un’adolescenza ospedaliera, ginocchia fragili, lo avevano evidentemente indotto a rafforzare il pensiero, a diventare un destinato simbolo del “volere è potere”, in barba ai soliti Soloni (“è finito” si diceva con estrema frettolosità ai primordi di Spagna 82, prima del suo boom decisivo e verticale, tre al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania, perfetto count down per il nostro Inno alla gioia. 

Il mio ideale Paolo Rossi, però, è quello a mio avviso ancora più esplosivo di Argentina 78, mix di rapidità di esecuzione, tap in con la Francia, e di purissima intelligenza calcistica (il gol in anticipo, beffando Sara e Koncilia che vale a battere l’Austria, lo squadrone di Krankl, Pezzey e Prohaska, a mio avviso rimane un gol incastonato tra le pietre più preziose della sua carriera). 

Piango insomma il mio idolo generazionale, dipo di lui ho sempre amato i nove intelligenti, manovrieri, tecnici, eleganti, inglesi. Come Nigel Clough, figlio di Brian, che pareva nato per imitarlo. 

Ora speriamo che il Principale, almeno per quest’anno maledetto, abbia completato il suo album di figurine…

Diego Costa

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