Caretta caretta, la tartaruga marina più comune del mare Mediterraneo

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La tartaruga comune, caretta caretta, è la tartaruga marina più comune del mare Mediterraneo.

Si è adattata alla vita acquatica grazie alla forma allungata del corpo ricoperto da un robusto guscio ed alla presenza di “zampe” trasformate in pinne.

Alla nascita è lunga circa 5 cm, da adulta arriva a 80 – 140 cm, con una massa variabile tra i 100 ed i 160 kg.

Ha una testa è grande, con il rostro molto incurvato.

Gli arti sono molto sviluppati, specie gli anteriori, e sono muniti di due unghie negli individui giovani che si riducono ad una negli adulti.

Il carapace è di colore rosso marrone, striato di scuro nei giovani esemplari, e un piastrone giallastro, a forma di cuore, spesso con larghe macchie arancioni, dotato di due placche prefrontali ed un becco corneo molto robusto.

Lo scudo dorsale del carapace ha cinque coppie di scudi costali; lo scudo frontale singolo cinque placche. Il ponte laterale fra carapace e piastrone ha tre (di rado 4-7) scudi inframarginali a contatto sia con gli scudi marginali che con quelli del piastrone.

L’esemplare giovane spesso mostra una carena dorsale dentellata che le conferisce un aspetto di “dorso a sega”.

Il maschio si distingue dalla femmina per la lunga coda che si sviluppa con il raggiungimento della maturità sessuale, che avviene intorno ai 13 anni.

Anche le unghie degli arti anteriori nel maschio sono più sviluppate che nella femmina.

Di caretta caretta si conosce ancora molto poco. E’ un rettile a sangue freddo e predilige le acque temperate. Respira aria in quanto dotata di polmoni, ma può fare lunghe apnee.

In acqua può raggiungere velocità superiori ai 35km/h, nuotando agilmente con gli arti anteriori.

La sua alimentazione consiste in molluschi, crostacei,gasteropodi, echinodermi, pesci e meduse.

Purtroppo, però, nel loro stomaco si può trovare di tutto: buste di plastica, tappi, ed altri oggetti di plastica, ami, reti e fili.

In estate, nei mesi di giugno, luglio ed agosto, il maschio e la femmina si danno convegno nelle zone di riproduzione, al largo delle spiagge.

L’accoppiamento avviene in acqua: la femmine si accoppiano con diversi maschi, conservando il seme per le successive nidiate della stagione; il maschio si porta sul dorso della femmina e si aggrappa saldamente alla sua corazza, utilizzando le unghie ad uncino degli arti anteriori, poi ripiega la coda e mette in contatto la sua cloaca con quella della femmina. La fase di copula può durare diversi giorni.

Avvenuto l’accoppiamento, la femmina attende per qualche giorno in acque calde e poco profonde il momento propizio per deporre; in ciò è facilmente disturbate dalla presenza di persone, animali, rumori e luci.

Una volta sulla spiaggia può deporre fino a 200 uova grandi come palline da ping pong, disponendole in buche profonde che scava con le zampe posteriori.

Quindi le ricopre con cura, per garantire una temperatura d’incubazione costante e per nascondere la loro presenza ai predatori. Completata l’operazione, fa ritorno al mare.

È un rito che si può ripetere più volte nella stessa stagione, ad intervalli di 10-20 giorni.

Le uova hanno un’incubazione tra i 42 e i 65 giorni (si è registrato anche un periodo lungo di 90 giorni) e si schiudono quasi tutte simultaneamente; con differenze sostanziali tra i vari substrati che costituiscono la spiaggia dove è stata fatta la deposizione: la temperatura e l’umidità del suolo, la granulometria della sabbia sono fattori determinanti per la riuscita della schiusa.

I suoli molto umidi determinano spesso la perdita delle uova poiché molte malattie batteriche e fungine possono attaccare le uova; inoltre alcuni coleotteri possono raggiungere il nido e parassitarle. La temperatura del suolo determina il sesso dei nascituri: le uova che si trovano in superficie si avvantaggiano di una somma termica superiore a quelle che giacciono in profondità, pertanto le uova di superficie daranno esemplari di sesso femminile e quelle sottostanti di sesso maschile.

I piccoli per uscire dal guscio utilizzano il “dente da uovo”, che verrà poi riassorbito in un paio di settimane.

Usciti dal guscio impiegano dai due ai sette giorni per scavare lo strato di sabbia che sormonta il nido e raggiungere la superficie e quindi, in genere col calare della sera, si dirigono verso il mare. Possiamo considerare il piccolo appena nato come una sorta di “robot” il cui programma biologico attiva la ricerca in automatico della fonte più luminosa in un arco sull’orizzonte di 15 gradi. Questa in condizioni normali è rappresentata dall’orizzonte marino su cui luna e/o stelle si riflettono.

Ma ormai le luci artificiali spesso disorientano le piccole appena nate, facendole deviare dal cammino, determinando talora la perdita di tutta la nidiata.

Solo una piccola parte dei neonati riesce nell’impresa, cadendo spesso vittima dei predatori; di quelli che raggiungono il mare infine, solo una minima parte riesce a sopravvivere sino all’età adulta.

Giunte al mare nuotano ininterrottamente per oltre 24 ore per allontanarsi dalla costa e raggiungere la piattaforma continentale, dove le correnti concentrano una gran quantità di nutrienti.

Dove esattamente trascorrano i primi anni della loro vita è un mistero che i biologi non sono ancora riusciti a spiegare, il cosiddetto “periodo buio”; solo dopo alcuni anni di vita, raggiunte dimensioni che le mettano al riparo dai predatori, fanno ritorno alle zone costiere.

A cura di Rosalba Angiuli

 

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