INDOVINA CHI VIENE A PRANZO è il titolo della commedia andata in scena nel teatro Accademia di via Terni. Con foto

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INDOVINA CHI VIENE A PRANZO è il titolo della commedia, dark e social comedy così la definiscono gli anglosassoni, andata in scena nel teatro Accademia di via Terni. Il testo scritto dall’attore, regista Franco Andruccioli, strutturato in maniera equilibrata in due atti, con un primo tempo giustamente più lungo e un secondo con un finale-messaggio aperto anche al pubblico, nel suo titolo poteva far sorgere qualche dubbio o meglio reminiscenza cinematografica, quale remake teatrale del celebre film INDOVINA CHI VIENE A CENA. In realtà non è affatto così e qui bisogna fare un plauso al duo ANDRUCCIOLI/BEZZICCHERI, di non essere caduti nella facile trappola di un testo, story, già collaudato. Ma veniamo allo spettacolo e ai risvolti psicologici dei suoi personaggi. Certamente emerge con limpidezza e nello stesso tempo drammaticità la figura del PADRE in una storia dei nostri giorni. Lo sfondo è quella di una famiglia borghese con i principi tradizionali, che ha sostituito nelle sue fragilità economica, sociale e morale, il vecchio proletariato. E probabilmente, il grande Pasolini, avrebbe potuto fare altre profonde riflessioni, su questo passaggio storico. Dunque un padre interpretato da Francp Andruccioli, una madre interpretata da Doriana Spuri Marchetti, e un figlio interpretato da Pierluigi Livigni. E fino a qui siamo nel triangolo famigliare tradizionale. Ma i problemi sorgono, e sono gli stessi per milioni di persone, quando il figlio studia e cerca il lavoro e quindi si allontana dal nucleo famigliare. In questo caso il figlio è già fuori casa da più di un anno. Ma la situazione diviene più complicata, quando il figlio ritorna improvvisamente con una SORPRESA. Tema che dominerà tutto il primo tempo, anche fra i protagonisti collaterali alla triade famigliare, la Tata interpretata da Teresa Nicotera, la bravissima Lucrezia Antaldi interpretata da Sonia Mancini, che da un po’ di verve ai dialoghi, in parte troppo omogenei, il suo compagno Saverio Locri interpretato da Giancarlo Mazzoli, un troppo austero Stefano Alonso interpretato da Marco Marchionni e Don Giuseppe Freni interpretato da Luciano Paolucci, che diventerà la figura centrale dell’epilogo di un dramma-esistenziale dei nostri tempi.

La SORPRESA che verrà annunciata al termine del primo atto è la dichiarazione di omosessualità del figlio Pietro, che scatena reazioni a catena. La più traumatica è quella del padre. E qui l’interprete Franco Andruccioli, ha raggiunto dei buoni livelli interpretativi, perchè il PADRE risente di più dei conflitti interiori nei rapporti con il FIGLIO: mancanza di comunicabilità, tradimento con un’altra donna, che pur volendo nascondere, era ormai diventata di dominio pubbico. Franco Andrucciloli ha saputo portare in scena una metamorfosi antropologica, passando dalle pseudo sicurezze del Padre farfallone del primo tempo, al dramma dell’insicurezza e della crisi morale del secondo. Non basta il messaggio di CARITA’ E LIBERTA’ DELLE SCELTE UMANE che sono pronunciate dal papa più rivoluzionario della Storia della Chiesa, PAPA FRANCESCO, a cui è stata aggiunta una eccessiva giustificazione dei matrimoni gay, mai pronunciata dal Pontefice a far cambiare l’idea di un PADRE, come scrive lo psicanalista Massimo Recalcati cerca nei figli per amore ma anche per egoismo il proprio Ego. Gli altri personaggi ruotano intorno a questo dramma esistenziale e moderno. Oggi l’omosessualità è accettata. Non siamo negli anni Sessanta e Settanta in cui il rifiuto era anche una condanna giudiziaria. Ma il riscatto umano, evangelico di Papa Francesco, pronunciato da Don Giuseppe Freni, colpisce benevolmente i personaggi in scena e il pubblico presente. Le risposte aille coscienze individuali.

PAOLO MONTANARI

FOTO MARTA FOSSA

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