Una voce dal carcere

Le festività natalizie sono appena trascorse nella loro commistione di sacro e profano; siamo entrati nel nuovo anno con il solito bagaglio di buoni propositi – che come da tradizione saranno presto disattesi – e ci accingiamo a vivere un nuovo futuro con il suo carico di speranze ed aspettative.

Ma, in ogni caso, ciascuno di noi, si porta dentro sempre un qualcosa di questi giorni, nel bene e nel male.

Chi scrive ha vissuto per qualche ora un momento intenso: sono stato in carcere! No, non fraintendete per favore. Sono un docente del CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione per gli adulti) che si pone come finalità l’alfabetizzazione culturale e funzionale, il consolidamento e la promozione culturale, la rimotivazione e l’orientamento degli adulti. Tra i suoi obiettivi contrastare l’analfabetismo di ritorno e funzionale, arricchire e rafforzare le competenze di base e le nuove abilità che possono favorire una partecipazione attiva alla vita sociale. E la sua attività si svolge anche fra le mura del carcere, nella fattispecie nella Casa Circondariale Capanne (Perugia).

E come ogni anno, in occasione delle festività, unitamente ai docenti che svolgono attività fra quelle mura, ci si unisce ai colleghi per portare ai detenuti l’augurio di buone feste. Ora, descrivere l’atmosfera che vi si respira all’interno non è cosa semplice; soprattutto per chi viene da fuori e si trova catapultato in una altra realtà, è un qualcosa di straniante, che – trascorsi pochi minuti – porta chi la vive a riflettere e a meditare su quelle esistenze che vivono la loro quotidianità, pur con le diverse opportunità che vengono loro offerte, sempre uguale, sempre quella.

Eppure, ci si trova di fronte a uomini di varia cultura ed estrazione sociale, che sì hanno commesso dei reati, ma che manifestano la loro umanità, esprimono il loro sentire con un sorriso, un gesto, qualche parola.

Un presepe, una tavola imbandita di ogni ben di Dio, sono i segni non solo di un’ospitalità – magari circostanziata – ma di un desiderio di normalità, di far cogliere agli “esterni” che anche loro vivono e, per quello che gli è concesso, sanno come vivere, a dimostrazione che anche loro, hanno avuto una vita, dei sentimenti che perpetuano anche “solo” per continuare a vivere o sopravvivere.

Ed è così che un detenuto porge i suoi auguri con un paio di poesie, riempiendo una pagina bianca che gli concede – e non solo a lui – la possibilità di liberare la sua anima, di lasciar volare i suoi pensieri in spazi che mai saranno chiusi, imprigionati. E fa ancora più male, se non rabbia, pensare che individui che hanno e sviluppano certe loro potenzialità, si siano perduti imboccando una strada che non hanno saputo o potuto percorrere.

Più delle mie parole possono questi versi:

“Un foglio bianco e una matita…i pensieri della mia vita…

I miei sogni…i miei desideri…le mie paure ed emozioni

Un mondo mio, tutto mio…le mie sconfitte…le mie vittorie…

Le fantasie e la realtà versi liberi, rime sciolte…

La voglia di divertirsi…la voglia di esprimersi…la voglia di confidarsi…

Parole senza fine che scivolano leggere e che liberano il mio cuore.

Evasione e immaginazione, riflessione e svago,

piccolo momento di follia, questa è la mia poesia”

Quanti di noi, soprattutto oggi che non è così semplice il quotidiano, aspirano a migliorare e migliorarsi; quanti sono alla ricerca di un’occasione che permetta loro di manifestarsi, di non essere solo un numero nella moltitudine; quanti sono quelli che sentono frustrate le loro aspirazioni e non chiedono altro se non di avere un’opportunità? I versi che seguono sono un’invocazione, un urlo sommesso, una richiesta che, se non chiede d’essere ascoltata, almeno udita, percepita; sono parole che avremmo potuto scrivere ognuno di noi, in un qualsivoglia momento di sconforto. Ma le ha scritte un detenuto chiedendo per sé un’opportunità…ma in quelle parole c’è ognuno di noi, c’è un invito ad ognuno di noi.

“Un’opportunità per favore

Non aver paura e neanche timore.

Un’opportunità ti prego tanto

Perché anch’io merito qualcuno accanto.

Un’opportunità ti supplico

Perché nella vita posso dare di meglio

E mai più di brutto.

Un’opportunità vi imploro

Per far realizzare un sogno d’oro.

Un’opportunità di vivere e non sopravvivere.

Un’opportunità di ricominciare da capo.

Anche se sarò solo ogni tanto.

Un’opportunità di vivere, migliorare,

amare, sacrificare, lottare.

Un’opportunità.”

Altro non resta a chi legge di non farsi avvolgere dal silenzio e continuare ad annaspare nell’indifferenza.

E se il nuovo anno deve avere dei buoni propositi, la lettura di queste due poesie, non faccia si che questi versi che sono una voce, cadano nel vuoto, ma siano un tramite per…ad ognuno la sua conclusione.

 

Bruno Mohorovich

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