Leggere…. leggere, riflettere, rubrica editoriale a cura di Paolo Montanari

DIALETTANDO IN PESARESE Teatro fra prosa e poesia di Stefano Magi, è un interessante libro realizzato dal Dopolavoro della Cassa di Risparmio di Pesaro, con il patrocinio della Fondazione CRP e Amici della Prosa di Pesaro. Il volumetto è stato presentato nell’auditorium di Palazzo Montani Antaldi alla presenza dell’Assessore alla Bellezza del comune di Pesaro Daniele Vimini, il professore Agostino Vincenzi regista e autore di teatro e cinema, il professor Sanzio Balducci, il presidente della Amici della Prosa Giovanni Paccapelo e il direttore artistico del Gad, Ingegner Della Chiara. Il volume esplora per origini storiche il teatro, le sue compagnie teatrali e i singoli personaggi. Il tutto arricchito da una bibliografia e fotografie annotate. “Il dialetto è una cosa seria, sottolinea nella presentazione del libro, Riccardo Paolo Uguccioni, presidente dell’Ente Olivieri. Oggi lo sappiamo non è una corruzione dell’italiano di Dante e di Mnzoni, ma è una lingua viva, con le sue regole grammaticali e sintattiche, che viene dal latino e dalle antiche lingue italiche trasformate e contaminate nei secoli. A Pesaro semmai, come osservava il professor Gilberto Lisotti, dovremmo interrogarci sul perché il dialetto sia per ridere, forse perché ha ereditato l’antica contrapposizione fra città e campagna”. Per Sanzio Balducci, occorre risalire una vecchia cartolina della situazione dialettale pesarese, rileggendo del poeta Pasqualon “Ecco,questo è il dialetto di Pesaro”. Il nostro dialetto, sottolinea Balducci, ha avuto delle trasformazioni, sia nei suoi aspetti interni linguistici, sia nelle quantità d’uso quotidiano. La grande produzione poetica di Pasqualon, che va dal 1885 al 1925, è una formidabile documentazione del dialetto pesarese del suo tempo e con le sue varietà territoriali e sociali dimostra la ricchezza di quel dialetto. Vi è poi la lingua degli ebrei pesaresi che, però, non troviamo nel dialetto pesarese autentico, che si suddivide in dialetto cittadino e quello periferico dei sobborghi, dei paeselli e della campagna. Secondo certi dati statistici i giovani fino ai 30 anni, usano di rado il dialetto, in famiglia e gli amici abituali e lo usano con frasi convenzionali. Con l’aumentare dell’età il dialetto è più usato, soprattutto nei maschi, ma bisogna superare i 60 anni per sentire ragionamenti strutturati. Se si considera la forte immigrazione, si comprende come il dialetto, inteso come linguaggio corrente, è limitato. Per Agostino Vincenzi, il dialetto è una lingua volgare. Viene citato a tal proposito Pasolini: “Fra le tragedia che abbiamo vissuto il secolo scorso, vi è stata anche la perdita del Dialetto, come uno dei momenti più dolorosi del distacco dalla realtà”. Tra lingua e dialetto, ha sottolineato Vincenzi, non vi è una sostanziale differenza. Il ceppo orginario è quello della lingua volgare fiorentina. Il dialetto si avvicina al concetto di umorismo citando Chopin “Chi non ride mai, non è una persona seria”, E il dialetto rientra in questa opportunità linguistica e localistica. Un libro quello di Stefano Magi, da leggere e tenere gelosamente in biblioteca accanto alle opere sul dialetto del professor Marcello Martinelli.

RACCONTARE, LEGGERE E IMMAGINARE LA CITTA’ CONTEMPORANEA, a cura di Angelo Bertoni e Lidia Piccioni (OLSCHKI EDITORE), è un saggio importante, o meglio di una raccolta di saggi, che propongono, ciascuon con le sue specificità, una riflessione sulle diverse interpretazioni della città contemporanea e sui soggetti che le hanno prodotte. Incentrato sul confronto interdisciplinare di strumenti, fonti e metodi, questo lavoro è frutto di antropologi, sociologi, storici dell’arte e urbanisti. Un primo nucleo di saggi prende le mosse dall’analisi storica, valorizzando la scelta dei tempi lunghi, ineludibili anche quando si parla di età contemporanea. Vengono successivamente proposte due riflessioni. Una sugli strumenti di lettura delle dinamiche urbane e territoriali oggi in atto, come la fotografia, l’intervista itinerante o il video, che permettono di esprimere diversi modi di attraversare e interpretare la città. Un’altra su esperienze di ricerca che dialogano con processi di riappropriazione dal basso, evidenziando il ruolo di una conoscenza approfondita del territorio e della sua storia.

PAOLO MONTANARI

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