Il rapporto fra il celebre linguista Niccolò Tommaseo e Gioachino Rossini

TOMMASEO E IL FANTASMA DELL’OPERA è un interessante saggio della professoressa Marzia Pieri pubblicato presso l’Accademia Roveretana degli Agnati in cui si evidenzia un’autentica adorazione del celebre intellettuale per la musica di Gioachino Rossini, sopra ogni altro autore. La visione teatrale di Tommaseo si discosta da quella illuministica settecentesca. Per Tommaseo il teatro è una seduzione solitaria dei sensi e della fantasia, ricercata e tenuta ma non tesaurizzabile nè ideologizzabile. “Così sottolinea Marzia Pieri, le pagine del diario e molte delle lettere registrano fitti appuntamenti serali con il melodramma e la prosa”. Tommaseo predilige gli spettacoli che fanno lacrimare, negli attori e cantanti cerca il cuore, “è idoneo ai progetti riformatori di Rossini, della creazione a Firenze di un teatro stabile che sia centro educatore di buona lingua e scrive una lettera “al tempo stesso una scuola di costumi d’educazione e di declamazione”. Non partecipa al grande dibattito sul destino del teatro che in quel periodo si tiene da Leopardi a D’Azeglio, ma continua ad essere un battitore libero. Ma la musica continua ad essere la sua vera passione. Tommaseo, in certi periodi, va all’opera quasi tutte le sere. Segue Paisiello, Bellini, Donizetti, il prediletto Rossini e si rimprovera di non aver avuto un incontro con Verdi. Ammira le cantanti rossiniane Isabella Colbran e Fanny Elsser, per le loro capacità vocali, ma allo stesso tempo si scandalizza per gli onori che queste prime donne hanno avuto a Venezia. “Molte volte, è scritto in una lettera, si precipita a teatro subito dopo aver riscosso 190 franchi dal Tempo. Va a tre teatri con quindici soldi. Sono vagabondaggi inquieti lontani dal suo tavolo di lavoro. La musica che gli è congeniale è quella italiana,” il belcanto ampio e svariato, e agile e profondo” che scava come un fiume nell’anima. Il genio di Rossini lo riempie di gelosia (l’immensa varietà di quell’ingegno mi muove ad invidia), la musica continuamente lo abilita e lo ispira come in questo frammento del diario del 1833: “…..Osservavo una bambinaccia di sei anni, con capelli tracciati a ghirlandaia, arridere ai passi più vivaci della sinfonia del Guglielmo e accompagnare dalla mano e dal capo….e….negli occhi spirati”. E’ ben nota l’affermazione con cui Mazzini caratterizza l’irruzione di Rossini nel contesto della musica operistica italiana: “E venne Rossini. Rossini è un titano. Titano di potenza e d’audacia – Rossini è il Napoleone di un’epoca musicale”. Questo amore di Mazzini per la musica del pesarese non poteva coniugarsi con l’ammirazione per Rossini di Tommaseo. I due intellettuali si conoscevano e Mazzini chiese al Tommaseo di scrivere l’effigie funebre per Rossini. Fra le ultime scoperte alla Biblioteca Nazionale di Firenze, sono stati trovati due saggi scritti dal Tommaseo, in cui il celebre linguista elogiò gli aspetti religiosi della musica di Rossini e in particolare rimase colpito dall’ ascolto a Firenze della Petite messe solennelle in forma concertata. Nel 1870 scrisse il saggio LA MESSA DI GIOACHINO ROSSINI e la commozione lo pervase completamente. Due saggi importanti e soprattutto nel secondo si risale al discorso commemorativo letto in pubblico a Urbino pochi giorni la morte di Rossini. La scoperta dei due saggi dimenticati, che saranno pubblicati nella Rivista Urbinate, arricchiranno il patrimonio e la conoscenza del rapporto fra Tommaseo e Rossini.

PAOLO MONTANARI

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