Leggere, leggere…. riflettere, rubrica editoriale di Paolo Montanari

Proseguiamo la nostra rubrica con due saggi molto importanti, anche per la valenza archivistica e documentaristica. Il primo è A.F.JUSTUS THIBAUT E LA “PUREZZA DELLA MUSICA”, prima versione italiana di Uber Reinheit der Tonkunst (1826) curato da Elisabetta Fava nella collana HISTORIAE MUSICAE CULTORES, diretta da Virgilio Bernardoni, Lorenzo Bianconi e Franco Piperono (ed.Leo S.Olschki). Ai primi dell’Ottocento la coscienza storica si stava risvegliando anche in ambito musicale, promuovendo la riscoperta di autori e di stili lontani nel tempo; tra questi, Giovanni Pierluigi da Palestrina e la scrittura polifonica a cappella, idoleggiata anche da numerosi scrittori, Wackenroder ed Hoffmann in testa. In questa cornice si colloca l’intervento di Thibaut (1772-1840), insigne giurista e cattedratico dell’Università di Heidelberg, che nel 1825 pubblicò, con riedizione l’anno seguente, un appassionato pamphlet per promuovere nella musica sacra il ritorno alla purezza delle pagine rinascimentali. Sulla purezza della musica fu nella cultura tedesca un simbolo della difesa dello stile a cappella; alcuni affondi polemici non mancarono di suscitare reazioni critiche, facilitate dal fatto che Thibaut non era un musicista di professione. Ma pur con qualche esagerazione nei toni, lo scritto di Thibaut testimonia un interesse che l’Ottocento sentì profondamente, come documenta la ricca introduzione al presente volume, dedicata proprio a tracciare il contesto culturale di Uber Reinheit der Tonkunst (La purezza della musica).

Visto l’importanza musicale e culturale di questa prima versione italiana di questa preziosa opera, ne parliamo con la traduttrice e curatrice Elisabetta Fava.

-Professoressa Fava, perchè è importante questa versione italiana dell’opera di Thibaut?

“Perché Thibaut, uomo di legge, che aveva una grande passione per la musica e aveva creato un piccolo coro che radunava settimanalmente a casa sua per fargli eseguire rari brani polifonici, sentì la necessità di far conoscere l’importanza della sua grande biblioteca di testi polifonici dal Cinquecento in poi, che acquistò proporzioni tali, da essere divisa, alla sua morte, in due fondi cospicui, tuttora ospitati presso l’Università di Heidelberg e presso la Biblioteca di Stato Bavarese a Monaco di Baviera. In la Purezza della musica, Thibaut si spinse a perorare per iscritto la causa di questo modello di scrittura musicale, che giudicava l’unico idoneo alla musica sacra e che riteneva indebitamente scalzato dai nuovi modelli sbilanciati verso l’apporto strumentale e compromessi con gli influssi del canto teatrale. Quindi questa versione italiana è un arricchimento per la ricerca e apprendimento di questa musica”.

-Un libretto che lasciò nel tempo parecchi strascichi polemici?

“Si tanto che Thibaut uomo di legge, valutò i pro e contro dei contenuti del libro e ne fece una nuova ediizone più mitigata che uscì nel 1826 ed ebbe varie riedizioni nell’Ottocento. Lo stesso Robert Schumann esalta il giurista – musicista con una lettera scritta il 17 luglio 1829 alla madre. “Quanto a me, sono sereno, qualche volta persino felice; sono coscienzioso e regolato; con Thibaut e Mittermayer trovo che il diritto abbia un sapore eccellente e soltanto adesso capisco la reale dignità della giurisprudenza, l’incentivo che dà a tutti gli interessi nobili dell’umanità. Ma Dio mio! Quel professore di Lipsia, li ritto come un automa sulla scala di Giacobbe verso il suo ordinariato, a declamare imperturbabilei suoi paragrafi, povero in spirito e anche in eloquenza, tanto che quasi non gli bastano il tempo né le parole per dire tutte le idee che dentro”. Il libro di Thibaut è un piccolo codice di diritto musicale dove sollevò il problema di come debba essere la musica da eseguire in chiesa. Ma non fu il primo perchè già ai tempi del Concilio di Trento, si opponeva il contrappunto fiorito alla polifonia lineare. In sintesi il pensiero di Thibaut è il seguente: La voce umana è il sommo fra gli strumenti e l’unico che si addica alla chiesa, quando è usata in contesti sacri, va trattata con naturalezza, permettendole di aderire alla parola ed evitando ogni artificio. Gli artifici possono essere di due tipi : eccessi di virtuosismo nel movimento delle parti e ornamentazioni sul modello del belcanto profano che persino in Italia aveva segnato la fine dello stile sacro”.

Il secondo saggio che presentiamo è COME IN UN REBUS – CORREGGIO E LA CAMERA DI SAN PAOLO di Elisabetta Fadda (Leo S.Olschki). La professoressa Fadda è associato di storia dell’arte moderna all’Università degli Studi di Parma. Ha partecipato alle esposizioni Nicolò dell’Abate, Correggio e l’Antico , Santi, poeti, navigatori, Correggio e Parmigianino, Arte a Parma nel Cinquecento, ed è stata tra i curatori della mostra Parmigianino e la pratica dell’alchimia. Ha tra l’altro curato il volume Roberto Longhi-Giuseppe Prezzolini, Lettere (1909-1927). Di fronte a una immagine che non conosciamo diciamo che è un enigma. E’ il caso della Camera di San Paolo dipinta a Parma da Antonio Allegri detto il Correggio, di cui le carte ricordano solo che era compiuta il 25 marzo 1522. Considerata da Roberto Longhi un capolavoro, equivalente alla Cappella Sistina o allo studiolo di Isabella d’Este, la Camera comprende non solo figure mirabilmente dipinte ad affresco, ma anche motti e frasi in latino e in greco, che fin dall’Ottocento, sappiamo formare l’anagramma del nome della badessa Giovanna da Piacenza. Gli enigmi che ci vengono proposti non sono tuttavia solo anagrammi, ma anche dei rebus e indovinelli, parte di un gioco integrante, figurato e scritto, che in una mescolanza linguistica doveva educare, rendendoci Allegri. In uno schema che condensa memoria e morale, Correggio ha dipinto le immagini che compongono il ricordo di un sogno: una serie di figure simboliche che ne esprimono il significato, il cui esempio era destinato alle monache del monastero.

PAOLO MONTANARI

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