Leopardi e Rossini, due geni marchigiani

Si è svolta presso l’Associazione Maria Rossi in via Toschi-Mosca, una conferenza del giornalista Paolo Montanari: LEOPARDI E ROSSINI: DUE GENI MARCHIGIANI.

I due non si conobbero personalmente, ma probabilmente si incrociarono a Roma, per la rappresentazione del Barbiere di Siviglia. Sta di fatto che Rossini nato sei anni prima di Leopardi, nacque infatti il 29 febbraio 1792, conobbe le poesie dell’illustre poeta di Recanati, perchè frequentò lo stesso entourage culturale di Leopardi, il conte Giulio Perticari, il Cassi e quel mondo accademico che era a contatto con i Leopardi e la contessa Mosca. In realtà solo il 23 gennaio 1823 Leopardi a Roma assiste alla rappresentazione della Donna del Lago di Gioachino Rossini. E ne dà notizia al fratello Carlo, anche lui amante delle opere e delle cantanti in una lettera del 5 febbraio 1823, in cui si evidenzia la passione di Giacomo, in particolare per l’opera lirica. Così scrive Leopardi: “Mi congratulo con te dell’impressione delle lagrime che t’ha cagionato la musica di Rossini, ma tu hai torto di credere che a noi non tocchi niente di simile. Abbiamo in Argentina la donna del Lago, la qual musica eseguita da voci sorprendenti è una cosa stupenda e potrei piangere ancor’io, se il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso, giacchè m’avvedo pure di non averlo perduto”. In questo brano epistolare si comprende il valore verticale che Leopardi da alla musica, di cui detesta ad esempio la lunghezza degli spettacoli. Uno spessore nella concezione estetico musicale di Leopardi, anche filosofica oltre che letteraria. Leopardi si commuove all’ascolto della melodia e dell’armonia coesistenti nella materialità della voce, che deriva dal silenzio, non della natura secondo la concezione del Rousseau, ma dai valori classici del termine. Egli predilige la musica popolare e dunque, l’impostazione bandistica di certe sinfonie e il crescendo rossiniano, sono per lui una luce nella tristezza della sua esistenza. Eppure non ama il fragore, preferisce la musica fuori campo come l’aria di Elena da La donna del lago. E in alcuni passi dello Zibaldone possiamo ritrovare questi concetti. L’estensione vocalica per Leopardi rende una lingua più adatta alla poesia. Egli è grato alla musica di Rossini e annota nello Zibaldone in data 20-21 agosto 1823. ” E non per altra cagione riesce universalmente grata la musica di Rossini, se non perchè 3209, le sue melodie o sono totalmente popolari, e rubate alle bocche del popolo, o più di quelle degli altri compositori si accostano a quelle successioni di tuoni che il popolo generalmente conosce ed alle quali esso è assuefatto, o hanno più parti popolari, o simili, ovver più simili che agli altri compositori non s’usa, al popolare” Leopardi non è un assiduo frequentatore di teatri ed assiste al Barbiere di Siviglia e l’Assedio di Corinto oltre a Semiramide, che esalta in una lettera alla sorella Paolina. ma se vogliamo cogliere il significato profondo delle parole, suono, voce, melodia, melodia e canto in Leopardi, dobbiamo rifarciai Canti pisano-recanatesi, un vero laboratorio poetico; nuovo rispetto alla tradizione arcadica ed idillica,moralista e filosofica del Settecento, ma non nuova rispetto al saper antico. Per Leopardi la voce non è altro che un suono orientato a un senso, ed è in ciò che essa si distingue da un mero suono o anche da un semplice grado. In particolare il lirico puro consiste in una riduzione della precisione del significato e, quindi, in una valorizzazione del potere evocativo della lingua. Alberto Folin, studioso del Leopardi, ha evidenziato questo aspetto portandolo anche nel dibattito culturale contemporaneo. Scrive Folin: “A me pare che il risuonare di voci in quasi tutta la tessitura linguistica ed espressiva dei Canti, oltre che sul piano psicologico e fenomenologico, debba essere considerato anche come risultato di una speculazione filosofica, che coinvolge accanto agli effetti lirici,quelli metafisici, relativi al senso dell’essere e del nulla”. Allora il vociferare presente nella poesia leopardiana è l’espressione stessa della crisi della psicologia e del soggetto e dunque della crisi del fondamento su cui poggia tutta la modernità umanistica. E per quanto riguarda la musica di Rossini, vi sono riferimenti filosofici?
Addirittura, al di là dell’innamoramento del giovane Rossini da parte di Stendhal, vi è addirittura Hegel, estimatore del Rossini maturo. E a tal proposito in lui si fanno avanti delle convinzioni circa la natura dialettica della realtà musicale. Hegel figlio dell’idealismo tedesco ha tenuto in silenzio Beethoven ma ha considerato importante Rossini. In particolare Hegel proveniente da una metanoia per i primi ascolti della musica rossiniana, ha poi rilevato, dentro l’arabesco musicale rossiniano, la presenza di una singolare capacità espressiva. Il giudizio di Hegel sulla musica di Rossini non è univoco, lineare e privo di problemi, ma un giudizio di fondo si basa su una musica colma di sentimento. Hegel spende quei pochi soldi che ha per andare a vedere l’opera lirica a Vienna e qui scopre Rossini, o meglio la sua melodia. Prima l’Otello, Zelmira, Il Barbiere di Siviglia. In lui prevale un sentimento che non è disappunto, ma rivelatrice di una musica troppo nuova, ma che riesce ad assorbire nel tempo e il culmine sarà con l’ascolto di Matilde di Shabran, per cui dirà ” la metanoia è ormai compiuta e la musica di Rossini sembra fatta per il cuore”. E sulla voce e l’interiorità il filosofo tedesco afferma: “la bellezza del suono, alla quale il cantante deve sempre mirare, non può essere ottenuta in modo completo, se la tecnica è disgiunta dalla volontà di farne un’espressione del sentimento”. La voce deve esprimere il sentimento e non basta esprimere “le più minute” e le più concrete particolarità degli affetti”, perchè essa “si propone un fine più elevato, più ampio e astratto”. la voce ha per Hegel una corporeità incorporea, perchè il suono è il risultato di un “tremito interno del corpo stesso”. Da qui anche il canto, in particolare quello rossiniano, diviene simbolo della interiorità.

PAOLO MONTANARI

Un commento

  1. Lancio una proposta che non capisco come mai non sia ancora stata suggerita e portata avanti (specialmente dagli urbinati) : fra i geni che hanno dato lustro nel ‘400 ad una parte delle Marche e del Montefeltro e che hanno lasciato così tante celebri testimonianze , Federico II da Montefeltro ! Si svegli Urbino !

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