Due grandi spettacoli di danza contemporanea aprono la grande kermesse di Hangartfest 2018

Due grandi spettacoli di danza contemporanea hanno dato il via al Festival di Danza Contemporanea Hangartfest 2018, giunto alla XV edizione. Un plauso al suo infanticabile direttore artistico Antonio Cioffi. Il primo spettacolo dal titolo MALINA, prima assoluta, si è svolta nello Scalone Vanvitelliano. Si tratta di una danza per quattro corpi, con una azione poetico-musicale di Parlato Triplo (Italia) liberamente tratto da “Paesaggio con ossa”, della poetessa pesarese Lella De Marchi. Malina distesa nella roulette è svegliata da noi, dal nostro essere vivi, vivi dell’essere vivi, nuda respira comunque nel vuoto di sè, nel vuoto creato da sè. Un corpo che diviene sua controluce, in uno spazio e tempo in cui anche l’aria non è più astratta. Il tempo tende a divenire atemporale e la danza rispecchia il testo della De Marchi, in cui la dissoluzione del corpo inizia dall’interiotà. Malina, la protagonista della performance, è nuda e distesa nella roulette e diviene immagine di un paesaggio, con ossa, vita che vive senza ornamenti. Vita che vive solo di sé.

Una prima assoluta dal titolo CONCETTI SFUMATI AI BORDI, è stata presentata nella chiesa della Maddalena dalla compagnia AreaArea di Udine w coreografia di Marta Bevilacqua. Concetti sfumati ai bordi è un giardino musicale che permette al corpo di fuoriuscire dall’ordine, dalla convenzione, dai recinti della rabbia. L’azione in scena ha poche regole: mettere al centro un concetto, tracciarne i bordi, guardarne attentamente l’essenza. Solo in quel punto interviene la danza che propone nuove scie, sfuma i contorni delle cose, crea echi e risonanze. Lo spettacolo predilige i dettagli, il fascino del vago, quando potevano accadere un sacco di cose che non sono accadute, si prende cura del vuoto tra le forme. Ciò che conta è generare immagini sonore. Vi sono dei punti di riferimento culturali ben precisi: Consigli inutili di Luigi Malerba, Ricerca della comodità in una poltrona scomoda di Bruno Munari, Il Pianeta Azzurro di Piavoli, Peer Gynt di Ibsenm Peer Gynt di Grieg e Terra desolata di Eliot

INTERVISTA ALLA COREOGRAFA MARTA BEVILACQUA

-Nel percorso artistico della Bevilacqua un ruolo importante lo ha avuto l’insegnamento di Carolyn Carson nel 2000 e 2001?

“Certamente è stata la svolta della mia carriera artistica, perchè la Carson è una artista cosmica, che fa del gesto unico, il suo linguaggio principale nelle coordinate dello spazioe del tempo. L’incontro con la Carson ha deciso la mia scelta nella danza che non è stata quella della classica ma della danza disordinata. E ancora oggi Carolyn a 75 anni è una guida per tutti noi, in un mondo in cui i maestri scarseggiano”.

-Importante, Marta Bevilacqua, anche il rapporto con i suoi studi universitari?

“Certamente perchè ho studiato Filosofia del linguaggio, dove ho migliorato l’espressività che ho riportato nella danza. Non è stato un percorso naturale, ma una lotta essenziale e viva, grazie all’insegnamento di Umberto Galimberti dell’Università di Venezia, dove frequentavo anche il centro di Danza di Carolyn Carson. E il punto di congiunzione fra filosofia e danza è stata la disobbedienza. La fragilità della danza non sottostava alle regole della logica. Il corpo ha un’eccedenza di significato e sviluppa intorno ad ogni battuta numerose sfumature nello spazio e nel tempo. Lo spettacolo Concetti se sfumati ai bordi, è un pezzo della mia vita. E da anni ho creato una sintonizzazione con la mia partner, Valentina Saggin. Proporre uno spettacolo del genere nella bellezza architettonica della chiesa della Maddalena, significa fare tutt’uno fra il linguaggio che va oltre la parola. La danza non racconta ma muove dall’interno all’esterno, per cui si può trasgredire e sentire le emozioni e di conseguenza modificare la realtà. Certamente la dimensione teatrale di Ibsen ha dato vita anche allo scenario di questo spettacolo dove i pochi oggetti, le due poltrone e le sedie, diventano cose nelle cose. Una stanza inquietante. Usciamo io e la mia compagna dal salotto di tutti i giorni e vogliamo gestire le ingiustizie, attraverso una numerazione. Dunque sorge anche un rapporto ritmico. E dietro questa ritmicità, ognuno di noi si nasconde, crea equivoci, tante bambole simboliche, il rapporto mamma-figlia. Il tutto si chiude con un duetto lirico sublime ma allo stesso tempo dissonante. Un ruolo fondamentale lo ha uno strumento poco conosciuto inventato nel 1919, il termin, che senza toccarlo emette note altissime. Dunque il ritmo numerico, la musica elettronica e il finale lirico dissonate per uno spettacolo, che speriamo sia accettato dal pubblico”.

PAOLO MONTANARI

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