Michele Pertusi in un concerto memorabile, da Haendel a Ravel-Ibert all’Auditorium Pedrotti per i concerti del Rof

Di Michele Pertusi, ormai una istituzione vocale al Rossini Opera Festival, si pensa di conoscere tutto, dalle sue grandi interpretazioni in Semiramide, Moise et Pharaon, Il viaggio a Reims e il recente Le siege de Corinthe, fino all’acclamatissimo Barbiere di Siviglia per la regia di Pizzi. Ma il concerto che il noto basso di Parma ha tenuto all’Auditorium Pedrotti di Pesaro nell’ambito dei Concerti di Belcanto per il Rof 2018, è stato un unicum concertistico, difficilmente riascoltabile, perchè ha dimostrato la cultura musicale, la raffinatezza e le grandi capacità vocali di Michele Pertusi. Accompagnato da un grande pianista, Richard Barker, anche lui vecchia conoscenza del festival, preparatore e accompagnatore di cantanti. Collaboratore dei più prestigiosi direttori d’orchestra, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Chailly a Gatti e Bruno Campanella e consulente della Fenice di Venezia, La Scala di Milano, a Bologna, Firenze, al Massimo di Palermo e l’Opera di Parigi. Un personaggio di alta statura culturale e umana. Il programma raffinatissimo e per palati esigenti. E il pubblico del Rof che ha queste doti ha saputo apprezzare con tanti applausi il concerto. Si è iniziato con l’Aria di Demetrio: “Sì, tra ceppi” dalla Berenice di Haendel. Si tratta di un’opera in tre atti basata su un libretto di Antonio Salvi scritto in Italia nel 1709 ed originariamente intitolata a Berenice, regina d’Egitto. La prima fu eseguita al Covent Garden Theatre di Londra il 18 maggio 1737. Fu replicata solo quattro volte, riprendendo il testo di Vita Cleopatra Berenice, figlia di Tolomeo IX ambientata all’81 a.C. Haendel dopo un lungo soggiorno in Italia, si stabilì a Londra nel 1711, avendo portato con successo, il genere dell’opera seria italiana, una forma musicale che all’epoca era incentrata sulle arie solistiche. Fra questi cantanti vi era anche un famoso castrato, Senesino, che ebbe un rapporto tutmultuoso con il compositore e si distaccò dalla sua compagnia e si aggregò all’Opera della Nobiltià. Haendel si spostò al Covent Garden e ingaggiò diversi cantanti e qui nel 1737 che fu rappresentata Berenice dal soprano Anna Maria Strada. L’aria per basso cantata meravigliosamente bene da Pertusi “Sì, tra ceppi”, rientra in una vocalità semi tonale barocca, che il cantante parmigiano, ha espresso da vero professionista. E’ seguita l’aria per basso KV 612, composta da Mozart come interludio di esecuzione d’un’opera buffa, scritta da un altro compositore. Qui si evidenziano le accentuazioni mozartiane e arie che poi verranno sviluppate dall’enfant prodige. Di seguito La foi, l’esperance, la charité: trois choeurs religieux di Rossini, con la cantata da parte di Pertusi de la Speranza. L’opera è composta di tre cori religiosi, concepita per voci femminili e pianoforte. Vengono evidenziate con coloriture musicali le virtù teologali, raramente eseguite nell’ultimo periodo. I tre cori furono pubblicati nel 1844 con un linguaggio polifonico essenziale. La Speranza fu scritta da L. Colette. Anche Vincenzo Bellini è stato presente in questo bel concerto con due ariette: Malinconia, ninfa gentile e Ma rendi pur contento. Malinconia fa parte di sei ariette di Bellini, che sprigionano musicalità e freschezza. Poi una pausa vocale con la bella interpretazione pianistica del Notturno di John Filed. Tra le tante opere del compositore inglese meritano di essere citati i sette concerti per pianoforte ed i numerosi pezzi da solista, alcuni dei quali sono raccolti sotto il nome di Notturni. Un primo esempio del genere vennero presi da alcuni compositori a venire fra cui Chopin e Glinka. Non poteva mancare nel concerto il genio drammaturgico di Verdi con le sue romanze. Dalle sei romanze sono state eseguite: Nell’orror di notte oscura e In solitaria stanza. Le romanze vanno contestualizzate all’interno del fenomeno rilevante per quantità, se non sempre la qualità, della musica vocale da camera italiana dell’Ottocento. Un genere italiano con specialisti come Luigi Gardigiani, lo Schubert italiano, autore di 400 composizioni vocali da camera. Verdi attinge dalle tematiche pre ottocentesche, come il tradimento e nel 1838 pubblica, per i tipi di Canti, Sei Romanze, le prime note date alle stampe da Verdi. Queste romanze nascono con l’auspicio di creare un contatto con quegli ambienti che Verdi aveva conosciuto negli anni di apprendistato con il maestro Lavigna. Pertusi ha cantato le due romanze in maniera eccezionale, rispettando i toni drammaturgici della partitura. E’ seguita poi La Serenata di Mascagni, per canto e pianoforte, parole di L. Stacchetti (1894). I temi melodrammatici di Mascagni risaltono in tutta la loro estetica musicale. Poi dopo un bell’intervento di pianoforte solo, da Peches de viellesse vol.XII, il tempo Allegretto moderato, con tutte le fantasie e riflessioni del Rossini ormai vecchio e malato, si è arrivato ad un finale, il più interessante dal punto di vista filologico-comparativo: il Don Quichotte à Dulcinee di Ravel e Quatre Chansons de Don Quichotte di Ibert. Perchè è importante questa analisi comparativa? Perchè vi sono dei collegamenti fra le due composizioni. Il Don Quichotte à Dulcinee nella versione per baritono e pianoforte è formata da tre poemi su testi di Paul Moraud, e furono composti tra il 1932 e il 1933, ultima opera seria di Ravel. Il lavoro era stato commissionato a Ravel per un film su Don Quixote con la regia di Pabst e interpretato dal celebre basso russo Fedor Saljapin, ma il progetto andò in porto con le musiche di Ibert, in quanto Ravel non potè consegnare in tempo la partitura che venne eseguita la prima volta il 1 dicembre 1934. Le tre canzoni raveliane sono state eseguite con un gusto raffinatissimo e con la rievocazione del clima di una Spagna fantasiosa, servendosi di motivi di danze appartenenti alla tradizione delle forme del canto popolare iberico. Ibert dà invece un’impronta più impressionistica, con esprit francese con tonalità che hanno anche dei pianissimi che si avvicinano a dei silenzi celestiali. Tre bis hanno concluso un concerto da incorniciare.

PAOLO MONTANARI

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