Diego Fusaro e Paolo Ercolani hanno partecipato ad un singolare PROCESSO AL ’68

Diego Fusaro, ricercatore di filosofia all’Università San Raffaele di Milano, ha partecipato  ad un singolare processo pubblico dal titolo PROCESSO AL ’68 , organizzato dall’Ente Olivieri Biblioteca e museo Oliveriano, Comune di Pesaro e cooperativa Labirinto. Un periodo quello del quale si ricordano i 50 ANNI, prima osannato e poi demitizzato. Un processo pubblico, che ci fa venire in mente, anche se l’imputato era il più grande rivoluzionario della storia, Gesù Cristo, in PROCESSO A GESU’ di Diego Fabbri, un processo più intellettuale con un mix televisivo e teatrale, uscito dalla penna di uno dei migliori commediografi italiani del Novecento. L’analogia non è azzardata, perchè Cristo è stato il primo a scardinare i valori, le culture e le mode del suo tempo. Ora si discute del Sessantotto, dei sui meriti e dei suoi limiti, in un vero e proprio processo virtuale ma allo stesso tempo aperto a tutti e dove addirittura la giuria era costituita dal pubblico presente. L’incontro serale del 30 luglio alle ore 21,00 nel cortile di Palazzo Ricci, vuole dunque essere un rituale, dopo che durante l’anno sono usciti a valanga, saggi, riflessioni, resoconti sul Sessantotto, movimento di contestazione internazionale. Tanto per capirci il sessantotto italiano è stato marginale rispetto a quello francese e americano. I protagonisti della serata sono stati Paolo Ercolani, avvocato difensore, Diego Fusaro, pubblica accusa, Franco Elisei, giornalista e presidente dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, presidente del dibattimento, e inquirenti tre giornalisti delle testate locali, Luigi Luminati, Simonetta Marfoglia e Anna Rita Ioni. Un processo virtuale ma che già vede uno dei protagonisti della serata, Diego Fusaro, sul piede di guerra, perchè da tempo sta conducendo dei j’accuse al Sessantotto. Recentemente in un’intervista ha sottolineato che la filosofia può mostrare la genesi storica delle discipline, ed ha parlato, creando anche un bel rumore negli ambienti culturali italiani, della morte della sinistra nel momento in cui la sinistra smette di interessarsi a Marx e di conseguenza a se stessa. E il centro della discussione è il ’68, quando, sottolinea Fusaro, la sinistra diventa antiborghese e non più anticapitalista. “Il ’68 si è configurato come una condensazione temporale paradigmatica di un processo di modernizzazione capitalistica che ha assunto la forma ingannevole di una rivolta antiborghese, basata sulla falsa coscienza rivoluzionaria di un ritorno alle fonti originarie dell’ utopia comiunista. Con il ’68, il controllo totale della società e la crescente liberazione della sfera privata si sono sviluppati in modo sinergico”. Riecheggiano le riflessioni di Pier Paolo Pasolini per i fatti di Valle Giulia, in cui prese le difese dei militari, figli di un sud povero contro i contestatori, figli di una borghesi nascente e nemica del grande intellettuale e poeta. Ma veniamo alla serata “processuale”, nel giardino della Musica di palazzo Ricci, davanti a tanto pubblico, il presidente dell’Ente Olivieri Riccardo Paolo Uguccioni, ha portato i saluti ai relatori, al sindaco di Pesaro Matteo Ricci e all’assessore Luca Bartolucci. Ha poi preso la parola Davide Mattioli, direttore della cooperativa Labirinto, che ha voluto evidenziare il rapporto delle iniziative culturali e sociali a cui Labirinto è partecipe. Il presidente del dibattimento, il giornalista Franco Elisei, si è detto orgoglioso e nello stesso tempo ha avuto il compito ingrato di valutare il capo di imputazione di un movimento che da punto di vista storico, si può giudicare, visto che è passato un mezzo secolo. La contestazione giovanile di allora trova un nuovo malessere ben più profondo, perchè è privo di speranze e utopie. Nel ’68 i giovani erano contro le istituzioni scuola, famiglia, ma credevano in ideali, nelle poesie di Baudelaire. Il ’68 è stata la prima forma di rottomazione anche da un punto di vista artistico. Molta attenzione è stata rivolta all’intervento accusatorio di Diego Fusaro, che ha affermato di non negare che il ’68 è stato una presa di parola dei giovani. Il ’68 ha una prospettiva critica ma dietro vi era lo sviluppo borghese  e fu un momento di emancipazione del capitalismo. Anzi il ’68, ha continuato Fusaro, ha dato vita ad una società ancora più classista. In sostanza dietro quella contestazione, che ha avuto varie voci, si nascondeva la contraddizione borghese, con la crescita smisurata del capitalismo e la sua susseguente alienazione che portava in nome dei diritti civili, all’estorsione nel lavoro. Dunque l’insegnamento di Marx e le teorie gramsciane erano lontane da queste prospettive di una borghesia dominate nel capitalismo con una coscienza infelice. Una borghesia per Fusaro che vede solo l’alienazione e le forme di totalitarismo. Che cosa è rimasta di quella borghesie dalla coscienza infelice? E’ rimasta oggi una classe dominante che non è borghesia. Il ’68 ha portato ad un capitalismo del libero consumo e costumi non più borghesi. Il ’68 segue il passaggio da Marx a Nietzche, cioè si passa dal concetto marxiano del superamento del classicismo all’emancipazione che sovverte il valore borghese. Oggi si parla di VIETATO VIETARE. Non esiste più l’autorità. Vi è una mercificazione della libertà individuale e si arriva alla globalizzazione. Pasolini aveva capito questa contraddizione e dietro ai diritti civili vi erano i capricci della classe dominante. La difesa ,con il filosofo Paolo Ercolani, ha voluto evidenziare come il ’68 pur con tutti i suoi limiti, ha avuto degli antecedenti importanti, come il boom economico in Italia, la comparsa della televisione, l’invasione dell’Ungheria. Il ’68 ha rappresentato un momento di rottura con questi aspetti sociali e di costume, e negli anni ’70 vi è stato un ritorno di una ideologia neo liberista e la seguente crisi della democrazia nel 1975. Il ’68 ha cercato di fermare la deriva. Ha cercato di fermare i poteri forti, evidenziando la teoria di Marx . Una discussione appassionata che ha coinvolto il pubblico che ha poi decretato una parziale vittoria per il ’68, per mancanza di prove che potessero condannarlo.
PAOLO MONTANARI

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