Intervista all’architetto Marco Tamino

Abbiamo incontrato l’architetto pesarese Marco Tamino, noto per i suoi progetti nazionali, ricordiamo la riqualificazione delle grandi stazioni ferroviarie di Roma Termini e Milano Centrale ed altre in corso, il business center Da Vinci vicino a Roma Fiumicino e il grande complesso del Campus Universitario con 1500 alloggi e servizi a Tor Vergata, Roma. Per il prossimo futuro l’architetto lavorerà a Sassari, dopo aver vinto un concorso per una struttura universitaria e, una volta superate le difficoltà amministrative di rito, dovrà ristrutturare il complesso rinascimentale del Casale di San Pio V, che si trova in prossimità del Vaticano. Per quanto riguarda i progetti locali, basti ricordare il recente progetto preliminare per la riqualificazione di via dell’Acquedotto a Pesaro.

 

-Architetto Tamino, con la sua esperienza professionale come vede l’ambizioso programma di cambiamento per Pesaro proposto recentemente dal sindaco Ricci di fronte all’Ordine degli architetti, scadenza 2030?

 

“Il cambiamento non è un’ambizione ma una necessità. Pesaro si è sviluppata con modelli economici urbanistici e sociali che hanno perso progressivamente gran parte delle potenzialità e della forza propulsiva che avevano in passato, lasciando strutture vuote e aree in declino. L’espansione della città è finita e la strada maestra è quella della rigenerazione dei tessuti e delle strutture urbane esistenti in gran parte obsolete”.

 

-Tanti siti dove intervenire. Riepiloghiamo i più importanti: la nuova questura, il San Benedetto, il San Domenico, l’utilizzo dell’ex tribunale, l’ex Bramane e Rocca Costanza. Da cosa dipende questa incompiutezza nel nostro territorio cittadino?

 

“Da difficoltà amministrative, dalla sovrapposizione delle competenze e dall’inerzia amministrativa di tanti anni passati. Ma il modo di intervenire, se mai si riuscirà a risolvere i problemi amministrativi e burocratici, è un tema da guardare con attenzione. Non ci possono essere avanzamenti o soluzioni per i singoli specifici interventi, se non sono parti integranti e funzionali di una nuova “visione” urbanistica della città e senza gli strumenti concreti per attuarla. Una nuova cultura urbanistica nasce necessariamente da un ampio scambio di idee, di esperienze, di competenze, di risorse culturali che potrebbero fare capo ad una specifica task force con il compito, non solo di mettere insieme pensieri e linee guida, ma soprattutto di costruire programmi concreti. Il primo passo è il passaggio dalla pianificazione ai progetti di fattibilità tecnico-economica, condivisi dai soggetti imprenditoriali e sociali in gioco, che definiscono le nuove funzioni “urbane” per rilanciare i modelli in crisi ma che soprattutto sono in grado di affrontare le complesse procedure tecniche economiche ed amministrative, contro le quali si sono sempre infranti i buoni propositi e gli annunci del passato.

 

-Architetto Tamino, facciamo un esempio per tutti, fermo da 40 anni: il San Benedetto………

 

” Prima di tutto precisiamo che non si tratta solo di idee e scelte architettoniche. In questi anni ne sono circolate diverse ma il recupero del San Benedetto può essere solo la somma di diverse azioni che si devono mettere a fuoco. A cominciare dagli interventi sul sistema della sosta e dei flussi della mobilità, che possono rendere accessibile e frequentato questo quadrante urbano.  Penso all’importanza dei parcheggi di arrivo e dei percorsi pedonali e ciclabili che da essi si irradiano e danno vita a questo settore del centro storico e che, come è noto, sono infatti direttamente responsabili del declino e dello sviluppo dei tessuti urbani e del successo delle “nuove funzioni” che possono assumere. E a riguardo di quest’ultime il programma, che necessariamente potrà essere attuabile per fasi successive, potrebbe iniziare dalla fruibilità del parco, oggi chiuso da alte murature fatiscenti, ricollegandolo agli spazi verde del San Giovanni e degli Orti Giulii. E in attesa di valutare lo opzioni possibili per il grande complesso storico che, purtroppo, sta cadendo a pezzi e per i suoi bellissimi porticati interni, potremmo iniziare a pensare al recupero dei fabbricati minori lato via Mammolabella. Potrebbero contenere nuove funzioni urbane legate alla cultura, alla creatività ed al capitale umano che la città può esprimere, anche attraverso le formule dei FabLab ed i piccoli laboratori della manifattura urbana 4.0, che possono riportare in termini contemporanei quella commistione tra residenza e lavoro che è sempre stata presente nei centri storici. Esistono esempi del genere che hanno avuto successo ed hanno riportato vitalità nei quartieri abbandonati di molte città straniere e che iniziano a nascere anche a Milano e a Torino. Infine è da risolvere l’annoso problema delle stime economiche e dei diversi programmi che fanno capo alle competenze incrociate regione/comune. Non penso che gli Enti pubblici possano fare cassa sui beni che hanno e che, soprattutto nelle attuali condizioni di criticità del mercato immobiliare, devono agevolare le operazioni di sviluppo a vantaggio della collettività, senza rimetterci ma spostando nel tempo le valorizzazioni economiche. Una soluzione al problema in questo senso potrebbe essere la cessione o concessione gratuita della Regione al Comune di Pesaro e la messa a disposizione da parte di quest’ultimo a “costo zero” per lanciare un progetto “mirato” al recupero di un’importante struttura storica e per creare un motore di sviluppo per una vasta zona urbana”.

 

A cura di PAOLO MONTANARI

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