Leggere, leggere… riflettere, rubrica editoriale a cura di Paolo Montanari

Ancora libri per i nostri affezionati lettori che, in questo periodo estivo, per difendersi dal caldo cercano luoghi freschi e un compagno fidato: un buon libro.

Per i cultori della musica e in particolare dell’opera lirica è uscito il V volume di STUDI PUCCINIANI Rassegna periodica sulla musica e sul teatro musicale nell’epoca di Giacomo Puccini, realizzato dal Centro Studi Giacomo Puccini (Ed.Leo Olschki).

Questo numero riassume le quattro prospettive d’indagine del Convegno Internazionale di studi Giacomo Puccini 1858-2008, svoltosi nel 150esimo anniversario della nascita di Giacomo Puccini: le traiettorie della poetica in base agli scritti del maestro; un affondo nella tradizione editoriale delle partiture e una serie di interventi sulle scelte creative della piena maturità; le prospettive della critica e lo sguardo particolare di Arnold Schonberg e della sua cerchia; i riflessi della cinematografia nascente sulle modalità narrative dell’ultimo Puccini e le suggestioni delle sue opere nel cinema del Novecento. Il volume si suddivide in quattro sezioni con i rispettivi sotto capitoli. Il primo è TRAIETTORIE DELLA POETICA con due contributi di Fracesco Cesari dal titolo QUELLA COSA CHE PUCCINI CHIAMA COSA: REGOLE E ALCHIMIE DELLA CREAZIONE e di Marco Beghelli dal titolo PUCCINI PARLA DEI COLLEGHI. Nel primo contributo si parla di Puccini, è il gennaio 1893, che debutta con Manon Lescaut a Torino. Le polemiche fra il musicista e il librettista sono addirittura feroci e Illica il librettista che non aveva gettato la spugna se la prende con Puccini, contro il suo modo di intendere la collaborazione con i librettisti, la sua indecisione, la sua instabilità e la sua avversione per la cosa. Nei Carteggi pucciniani si parla spesso di cosa. Ma che cos’è la cosa? Puccini ha confidato ad un amico suo che dei suoi libretti ne fa anche senza e che Le Nozze di Cane sono roba orribile e che del resto nessuno sa capirlo, perché egli vagheggia una cosa…una cosa…una cosa…che… capirà, Giacomo Puccini, che questa COSA è difficile ad essere interpretata. Ma la riflessione parte da più lontano. Puccini non vuole quei tratti drammaturgici e poetici che egli sente estranei al suo teatro. I cambi di rotta di Puccini sono documentati sia dalle lettere sia dai libretti in abbozzo o in copia di lavoro che indicano vari interventi del compositore. Si pensi alla soppressione del consolato americano in Madama Butterfly e delle scene del banchetto e di incubi in Turandot. Puccini vuole nella sua musica e nel suo teatro evitare gli accademismi e l’eccesso di letterarietà, mentre predilige la logica e la linea. “Il teatro ha sete di roba ardita, forte, originale! E questa originalità trova in un contrasto strutturale la soluzione migliore. Scrive Puccini, in una lettera del 1921: “Turandot dovrebbe essere in 2 atti – che ne dici? non ti pare troppo diluire dopo gli enigmi per giungere alla scena finale? Restringere avvenimenti eliminarne altri, arrivare ad una scena finale dove l’amore esploda….Non so consigliare una struttura giusta ma sento che due altri atti sono troppi”. Puccini diviene assertore del teatro senza parole, poetico, non lagrimevole ma che almeno in un’opera, e il suo riferimento è a Turandot, che si pianga almeno una volta. Ma questa sua posizione di insicurezza dettata dalla paura di un insuccesso, fece in modo che Puccini spesso a non portasse a termine le sue opere, ad eccezione della partitura musicale de LA RONDINE. Puccini creò le sue opere procedendo per tentativi, rifiutando qualsiasi concezione a priori di cosa un’opera sia e di come vada strutturata e fabbricata, o riducendola ai pochi precetti fino a rasentare la banalità. Le componenti di un’opera devono concrescere, cioè l’allusione attraverso il velo costituì peri librettisti un motivo di disperazione, accanto a un compositore come Puccini sempre alla ricerca del nuovo.

Nel rapporto con i colleghi, e nell’epistolario non escono mai dei giudizi di Puccini su di loro, perchè è concentrato su di sè. Ma con questo Puccini le fracciatine le tirò soprattutto a Mascagni poi Leoncavallo Cilea e Giordano, Zandonai. Ma se sulle opere di colleghi italiani Puccini si esprimeva a livello estetico, ma per Pizzetti, Stravknskji e Schonberg, i giudizi diventarono terrificanti. Un capitolo molto interessante della rivista pucciniana è quella dedicata al saggio di Peter Ross “CORO . OSSERVAZIONI SUL PRIMATO DELLA MUSICA NELLA DRAMMATURGIA DI TURANDOT”. Qui si tratta di un altro esempio di coro a bocca chiusa come in Madame Butterfly, che Puccini aggiunse in Turandot nell’atto secondo, che non è presente nel libretto, ma che Puccini ha aggiunto nella partitura. Certamente la caratteristica fiabesca di Turandot favorisce un inserimento di questo tipo, in cui però è evidente un realismo scenico, anche se nel sestetto finale vi è una rottura dello stesso realismo scenico per l’attenzione alla drammaturgia musicale. Di fronte all’autonomia del compositore e il confronto non sempre sereno con i librettisti, vi sono stati giudizi e pregiudizi della critica pucciniana in Italia nel primo Novecento, e questo aspetto è ben analizzato dal musicologo Marco Capra. G. M. Gatti in Rileggendo le opere di Puccini, evidenzia le esaltazioni e ostilità di queste opere, in particolare modo con la musica dodecafonica o musica nuova. M un capitolo originale del volume è curato da Adriana Guarnieri, dal titolo L’OPERA AL TEMPO DEL CINEMA: IL “FERMO IMMAGINE ” IN PUCCINI. Fermo immagine sta per fermo fotogramma. Il cinema ha mediato alcune tecniche operistiche, essendo la Settima Arte nata al culmine della popolarità dell’opera come fenomeno allargato. Fermo immagine significa, soprattutto, individuare gli istanti di vuoto dell’azione, quei cambi di passo, che soprattutto in Puccini sono molto frequenti. Fra le opere che hanno avuto più fortune cinematografiche vi è Manon Lescaut, che il critico cinematografico Gian Piero Brunetta ha individuato nel film di Mario Camerini del 1913, MA L’AMORE MIO NON MUORE…., una vicenda tutta puccinana che mette in orbita l’attrice Lyda Borelli e la nascita del fenomeno divistico. Un paradosso rispetto al pensiero anti accademico e divistico del compositore Puccini. Ma tutto questo ha come genesi Manon Lescaut, che sincronizzata con dischi di noti cantanti lirici, accompagnava le immagini in movimento. Ma Manon Lescaut è stata presente anche nelle colonne sonore, pensiamo ad uno dei più bei film di Woddy Allen, Anne e le sue sorelle, dove le protagoniste assistono ad una rappresentazione di Manon al Metropolitan.. Il centocinquantesimo della nascita di Giacomo Puccini ha offerto una occasione per conoscere numerosi repertori cinematografici nei confronti della produzione del compositore toscano., che si basano soprattutto sulla nascita del film-opera

PAOLO MONTANARI

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