Si inaugura il Docfest 2018 con il caso Moro

PESARO – Ha preso il via in una Piazza del Popolo gremita di Persone il Docfest 2018, direttore artistico Luca Zingaretti, giunto alla sua quarta edizione. Dopo la presentazione del Festival da parte del sindaco Matteo Ricci, il quale ha detto che in una città di provincia eventi culturali come il Docfest, vengono assorbiti con discrezione e non con pomposità come si fa’ nei grandi centri metropolitani, la parola è passata a Luca Zingaretti, conosciuto popolarmente come interprete del Commissario Montalbano. Luca è sempre più bravo come attore, lettore e giornalista-conduttore.

 

-La prima cosa che viene spontanea chiedere a Luca Zingaretti è perchè, dopo quattro anni, proporre ancora un festival del documentario?

 

“Perchè in un mondo che va sempre più veloce, il lasso di tempo che si riduce sempre di più tra ciò che accade e la notizia che se ne da, il documentario rappresenta una riappropriazione del momento di approfondimento della notizia, di riflessione sull’argomento trattato, di verifica delle fonti della notizia stessa”.

 

-Quest’anno il festival seguirà alcuni filoni ben delineati?

 

“Certamente, si parte dall’Italia degli anni di piombo, ed in particolare il caso Moro, per poi passare al tema dell’immigrazione, la prima guerra mondiale e lo scambio di persona. Tematiche che saranno affrontate da importanti relatori e personaggi della cultura e del giornalismo, corredati da altrettanti importanti documentari”.

 

E veniamo alla prima giornata, che ha visto salire sul  palco allestito in piazza del Popolo, il prof. Vincenzo Scotti, ex ministro della Repubblica negli anni di piombo, intervistato dal giornalista Giuseppe Cesaro. Si è partiti con un interrogativo vecchio come l’uomo: che cos’è la politica? Interrogativo a cui Scotti, politico della prima repubblica di quel partito “la Democrazia Cristiana”, che ha governato il paese per decenni, non ha saputo rispondere. Esiste sì un rapporto fra politica e potere. La politica deve indirizzare il potere verso il bene comune e il potere non accetta vincoli. Ora stiamo vivendo in un contesto globale senza vincoli, cioè un periodo in cui dopo la caduta del muro di Berlino, è finita la storia come la concepivamo prima. Oggi i politici sono i lacchè dei poteri economici che non hanno volti umani, ma anonimi e che creano danni  ai giovani e alle famiglie. La ricchezza nel mondo è in mano all’1% della popolazione. La vicenda Moro rientra in questo contesto, in questo scontro di potere. Ad essa si può paragonare anche la vicenda Mattei, anche lui vittima di un incidente aereo voluto? Mattei si mise contro le sette sorelle economiche petrolifere, e morì. Eppure in quel momento di crisi la democrazia con tutti i suoi limiti è stato l’unico modo di governare. Ma per arrivare al caso Moro, bisogna risalire al trattato di Yalta che aveva garantito una certa stabilità fra le due super potenze. Poi con la globalizzazione, uno stato non è più solo e deve confrontarsi e prendere delle decisioni con gli altri stati e organizzazioni internazionali anonime. Un dato, la liquidità del mondo, è sette volte maggiore della ricchezza che si produce al mondo. Da qui il principio di diseguaglianza. Oggi 8 persone le più ricche al mondo si contrappongono a più di 3 miliardi e mezzo di persone. Moro si trovò in un momento storico di trasformazione. Il passaggio politico italiano fine anni 50 con il centrismo, anni ’60 le alleanze e poi la proposta di Aldo Moro di un governo di solidarietà nazionale, perchè il grande statista aveva compreso che la società stava cambiando. Comprendeva  Moro che vi era sempre più arroganza nella politica e necessitava un cambiamento che non fosse una spartizione di potere fra DC e PCI, ma di apertura al dialogo. Poi Moro era stato l’uomo del dialogo per il Mediterraneo, lo scontro religioso in Medio Oriente. Il dialogo, che al suo tempo non era accettato e ancora oggi, non ha trovato spazio,.Gli insegnamenti visionari di Aldo Moro, maestro di Politica, trovano ai nostri giorni un grande papa Francesco, che ha aperto una nuova era alla Chiesa, verso il dialogo

 

 

La serata è proseguita con la lettura di Luca Zingaretti e Alessia Giuliani dal titolo 55 GIORNI. L’ITALIA SENZA MORO con musiche originali di Arturo Annecchio. Testo tratto  dal saggio 55 Giorni. L’Italia senza Moro di Stefano Massini. Una interpretazione di Zingaretti molto intensa e sentiTa.

 

“L’eccidio di via Fani e i 55 giorni che ne seguirono è qualcosa che ha cambiato direzione alla mia vita, ha sottolineato l’attore, come a quella di milioni di italiani. Mi ricordo  perfettamente cosa facevo e dov’ero quando ne arrivò la notizia del ritrovamento  del corpo dentro una R4 rossa a via Caetani….Perchè allora parlare ancora di Moro e della barbara uccisione della sua scorta dopo 40 anni? Perchè dopo 40 anni ancora non sappiamo quasi nulla di quella tragedia che ha modificato il corso della storia del nostro Paese”.

 

Vi è stato poi l’incontro con la regista Simona Ercolani  che ha presentato il docufilm IL CONDANNATO,CRONACA DI UN SEQUESTRO, un film che ripercorre i 55 giorni  che sconvolsero l’Italia, quelli del sequestro Moro. Un percorso tramite il documentario, il cinema della realtà.

 

La serata si è conclusa con un bel documentario THE  HARVEST di Andrea Paco Mariani. E’ la storia di un giovane lavoratore che viene dal Punjab e da anni lavora come bracciante delle serre dell’Agro Pontino. Si è integrato con la sua comunità in provincia di Latina. Anche il personaggio femminile del documentario è indiana e si impegna come mediatrice culturale, che vive con farmaci dopanti per reggere ai ritmi lavorativi. Si tratta di un bel docu-musical che per la prima volta unisce il linguaggio del documentario alle coreografie delle danze punjabi, raccontando l’umiliazione dei lavoratori sfruttati dai datori di lavoro e dai caporali. Due storie che si intrecciano nell’arco di una giornata. Un duro lavoro di semina, fatto giorno dopo giorno, il cui meritato raccolto, tra permessi di soggiorno da rinnovare e buste paga fasulle, sembra ancora essere lontano. Un film di denuncia e di cruda realtà

 

PAOLO MONTANARI

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