Città da sfamare, uno studio condotto da Legambiente. Ne parliamo con il presidente provinciale di Pesaro e Urbino Enzo Frulla

-Presidente Frulla, nell’ultimo numero della rivista “La Nuova Ecologia” vi è un interessante articolo di Francesco Paniè dal titolo “CITTA’ DA SFAMARE”. In sostanza crescono le aree metropolitane e si riducono le aziende agricole. Una sfida complessa, alla quale si cerca di rispondere grazie alla “food policy” . Ci può meglio illustrare questo fenomeno mondiale?

 

“La metà della popolazione mondiale oggi vive nelle città, e nel 2050 potrebbe salire al 66%, con effetti a catena sulla capacità di governance delle metropoli. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, nei prossimi 30 anni è probabile che 2,4 miliardi di persone lasceranno le campagne per confluire nelle aree urbane. L’urbanesimo, è un antico fenomeno socio-demografico, che si è sviluppato nel Novecento ed ha colpito anche le aree del nostro territorio provinciale di Pesaro e Urbino. Ma ora con lo sviluppo e con l’espandersi di una cultura globalizzata, si è diffusa l’idea che i grandi centri rappresentino i gangli delle attività economiche, fuori dei quali è più difficile istruirsi, trovare un’occupazione, accedere ai servizi e alle infrastrutture. In realtà è una pura illusione, visto che migrare in una metropoli, significa per prima cosa aumentare l’inquinamento, lo smog, a cui si associano pessimi servizi pubblici e scarsa qualità della vita. Eppure l’urbanizzazione è un fenomeno inarrestabile e di conseguenza il vecchio continente vede un progressivo calo delle aziende agricole, ed in particolare in un paese come il nostro. Nel territorio pesarese, il calo della produzione agroalimentare è più evidente di anno in anno”.

 

-Un fenomeno, quello dell’urbanizzazione, che si muove accanto a quello epocale delle migrazioni. Ma come nutrire le città che si affollano, mentre si spopolano le campagne?

 

“La sfida è immensa e richiede uno sforzo degli enti locali per integrare in una visione strategica i tanti progetti e iniziative che sono fioriti negli anni. Il tutto in un ecosistema sostenibile, garantendo una giusta remunerazione ai produttori locali, e a sua volta cancellando quelle forme di caporalato e di sfruttamento in nero di centinaia di lavoratori spesso immigrati. In altre parole, serve una politica locale del cibo per ogni città, area metropolitana o regione, capace di garantire il diritto a un’alimentazione di qualità per tutti e incoraggiare l’accesso alla terra di nuovi agricoltori”.

 

-L’unico centro in Italia che, sull’esempio americano ha voluto prendere sul serio queste problematiche, è il comune di Milano, con il food policy.

 

“Si tratta di un progetto nato nel 2014 in quattro tappe, soprattutto da un punto di vista del finanziamento: una ricerca sul sistema di produzione, distribuzione e consumo del cibo in città, l’elaborazione di una serie di obiettivi cui si è giunti consultando cittadinanza  e categorie  e l’avvio di un progetto pilota che durante l’Expo si è esteso con l’urban food policy pact in  ben 165 città con circa 450 milioni di abitanti. E le altre città d’Italia ad iniziare dalla capitale, come hanno reagito? Certamente da Roma è venuto solo il silenzio. E pensare che Roma è il comune agricolo più grande d’Italia, con il suo Centro agroalimentare con un polo logistico di 140 ettari e 130 milioni di euro nell’adiacente comune di Guidonia. Un centro che irradia i prodotti nei negozi, nei mercati, nei ristoranti ecc. Ma tutti questi elementi vanno messi a sistema, riconosciuti e valorizzati. L’agricoltura italiana, marchigiana e pesarese, si deve basare sui criteri dell’agroecologia, che deve produrre cibo sano senza danneggiare le risorse ambientali”.

 

PAOLO MONTANARI

 

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