Festa per i 200 anni del teatro Rossini. Glauco Mauri e Roberto Sturno incantano il pubblico pesarese

 

“Grazie a questo teatro perché mi ha formato la vita a raccontare le favole dei grandi poeti e quindi a raccontare la vita”. Sono le parole emozionate del grande attore pesarese Glauco Mauri, che ha partecipato con il suo compagno d’arte Roberto Sturno, ai festeggiamenti per i 200 anni dell’apertura del Teatro Rossini 1818-2018, promossi dal Comune di Pesaro e Amat. Presenti il vice sindaco di Pesaro Daniele Vimini che ha consegnato una medaglia celebrativa rossiniana a Mauri e l’attivissimo direttore dell’Amat, Gilberto Santini. Ma riprendiamo la performance di Mauri-Sturno che, con le poche idee che circolano nei cartelloni teatrali, rimarrà una pietra miliare non solo per il teatro pesarese, ma anche nel circuito nazionale. La performance dal titolo IL CANTO DELL’USIGNOLO, è stato un omaggio al genio di William Shakespeare, presenza centrale, da quattrocento anni, della cultura europea. Abbiamo rivolto a Roberto Sturno questa domanda:

 

-Che significato ha Il canto dell’usignolo?

 

“E’ una breve favola di Lessing. Un pastore, in una triste sera di primavera dice a un usignolo: “Caro usignolo, perché non canti più?” “Ahimè, rispose l’usignolo, ma non senti come gracidano forte le rane? Fanno tanto chiasso e io ho perso la voglia di cantare. Ma tu le senti?”. “Certo che le sento, rispose il pastore, ma è il tuo silenzio che mi condanna a sentirle”. In questa breve riflessione, si comprende come oggi Glauco e io, siamo dei cantori e lo facciamo per non condannarci a sentire il tanto gracidare della banalità e della volgarità che ci circonda. C’è tanto chiasso intorno a noi che abbiamo bisogno che si alzi un canto di poesia e di umanità”.

 

-Lei, maestro Sturno, al termine della vostra performance ha parlato di meteore che poi scompaiono….

 

“E sì perchè leggere le favole shakesperiane, presentare i suoi personaggi significa vivere momenti profondi e aleatori allo stesso tempo, che fuggono allo stesso tempo”.

 

-Glauco Mauri un ritorno al suo teatro, con gli amici della sua infanzie e tante persone che al termine dello spettacolo si sono alzati in piedi ad applaudirlo.

 

“E’ sempre un’emozione tornare a casa, al mio primo teatro. A Pesaro ho imparato ad amare il teatro. La scelta di acune poesie i Sonetti d’amore e parti tratte dalle commedie e drammi shakespiriani, accompagnate dalle musiche composte da Giovanni Zappalotto e una scenografia semplice ma incisiva, hanno permesso, a me e Roberto, di cantare i versi di Shakespeare che ci parla della vita di tutti noi. Un caleidoscopio che attinge alle pagine più belle dei capolavori del Bardo di Avon, dall’amore esternato ne I Sonetti, sentimento universale al di là dei generi, a Enrico V, da Come vi piace a Macbeth, da Riccardo II a Timone d’Atene, da Giulio Cesare a re Lear e alla magia di Prospero de La tempesta”.

 

Un monologo magico che ha portato per un attimo speranza e amore anche al teatro Rossini.

 

 

Ma i festeggiamenti non sono stati solo i momenti di grande teatro di Glauco Mauri. Infatti l’ex direttore dei teatri pesaresi, Giorgio Castellani e l’attrice Lucia Ferrati, hanno letto e interpretato la cronistoria di quel famoso 10 giugno 1818, in cui il teatro Rossini fu riaperto al pubblico, niente meno che con La gazza ladra, diretta dallo stesso Gioachino Rossini, di cui vi furono ben 24 repliche. Castellani ha ripercorso con precisione le tappe che hanno portato alla ricostruzione del teatro, che ha sottolineato il direttore, è stato ed è ancora il luogo della città. Lucia Ferrati, con la sua notevole professionalità, ha letto documenti d’epoca, facendo rivivere un pubblico attento. Dicevamo del lungo programma dei festeggiamenti che hanno visto altri momenti altrettanto belli e coinvolgenti: EVOLUTION DANCE THEATER, con La magia della Luce, che ha presentato uno spettacolo che raccoglie e reinterpreta alcune coreografie più sorprendenti create da Anthony Heinl, fondatore e direttore artistico del gruppo. Alchimia perfetta fra danza,physical theater, atletismo e tecnologia, lo spettacolo conta fra i suoi nuovi interpreti performer d’eccezione, danzatori dalle spiccate doti atletiche e circensi. La luce è però la vera protagonista e, fra magia e illusione, conduce lo spettatore in un sorprendente viaggio attraverso mondi immaginifici. Figure misteriose galleggiano, rimbalzano, scompaiono, in un susseguirsi di stimoli visivi che lasciano senza fiato.

 

Sono seguite le funamboliche interpretazioni esilaranti di RIMBAMBAND. Un vero tour de force della comicità di cinque musicisti che incantano, creano, illudono, emozionano, demistificano e provocano. Allo spegnersi delle luci il reale si farà surreale, l’impossibile diventerà possibile, il possibile improbabile. La serata non poteva terminare con un omaggio alla poesia, a Dino Campana, interpretato da uno degli attori più significativi del teatro italiano: Vinicio Marchioni. Titolo della performance LA PIU’ LUNGA ORA  – memoria di Dino Campana. Poeta pazzo. Il mondo si sta dstruggendo, la poesia lo salverà.

 

-Perchè Vinicio Marchioni ha scelta Dino Campana?

 

“Perchè Dino Campana è il poeta geniale pazzo, un viaggiatore, un manesco, un intellettuale, un uomo che ha fatto mille mestieri, I Canti Orfici, la sua unica composizione poetica, hanno illuminato la letteratura europea del Novecento e Carmelo Bene definiva Campana il suo poeta preferito”.

 

-Qual è il motivo per cui Dino Campana affascina i giovani?

 

“Perchè è un poeta che vive nella provvisorietà, come le nuove generazioni. I Canti Orfici che Campana riscrisse a memoria, perchè gli editori avevano perso il manoscritto originale, è lo sforzo del già precario equilibrio mentale. Dino Campana conclude la sua esistenza nel manicomio di Castelpulci a Scandicci nel 1932, dopo 14 anni di internamento. E che cosa può fare un poeta in un manicomio per 14 anni?  La risposta la dà Beckett: “Essere è essere percepiti”. Si vive attraverso lo sguardo degli altri  e quando gli altri non ci guardano più si ha solo la possibilità di raccontare la propria storia, a se stessi, per assicurarsi, o illudersi, che quella storia sia esistita realmente. Come a memoria ha riscritto il suo capolavoro perché se “lo riscrivevo potevo esistere”; dalla sua memoria emerge anche la figura di Sibilla Aleramo, poetessa, donna della vita altrettanto burrascosa”.

 

Non è stato uno spettacolo di ricordi intellettuali o aneddotici, ma uno spettacolo-concerto per voci e musica attraverso il cuore di Campana.

 

PAOLO MONTANARI

Glauco Mauri e Roberto Sturno in una foto di repertorio

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