Recensione del film IL CANE E L’AQUILONE a cura di Marta Fossa. Con foto

Il film è molto intenso, giocato sui silenzi e le atmosfere calde degli interni. La scena finale al cancello di identifica in una iniziale prigione che tiene in scacco la mamma ma che, attraverso l’ assimilazione con la figlia sordomuta, trova il bandolo della matassa nell’accezione della lontananza. Così la tristezza diventa speranza e il silenzio stesso diventa gioia, la gioia dell’accettazione.
Un film che, con pochi tratti ed una recitazione intensa, sulle note del silenzio che parla con il proprio linguaggio, diventa un’esperienza matura, vera, quasi un documentario sulla società contemporanea e sulle sue separazioni (dai figli, dai mariti) ma con la speranza che la maturità della persona (in questo caso di una donna che ha sbagliato con l’uso del coltello ma che ha rielaborato l’errore) possa modificare la propria storia facendola diventare positiva, radicale, intensa.

Bravi tutti!!

Ottimi gli interpreti del marito (Giancarlo Cioppi) e della figlia (Camilla), buona la moglie (Isabella Topi).

Semplici ma affatto banali sono il soggetto e la sceneggiatura di Paolo Montanari, coadiuvato da Isabella Topi, nella doppia veste di sceneggiatori ed attori.

Testo e foto di Marta Fossa

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