Sala grande della seconda circoscrizione gremita di persone per la presentazione del film IL CANE E L’AQUILONE. Con foto

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La passione per il cinema non ha confini, e neanche per il cinema non professionistico. La dimostrazione è della numerosa partecipazione di pubblico pesarese e non, alla presentazione del medio metraggio, diretto dal regista Agostino Vincenzi, dal titolo IL CANE E L’AQUILONE, idea e soggetto di Paolo Montanari e sceneggiatura di Isabella Topi e Paolo Montanari, montaggio e post produzione di Francesco Balbi. Il film ha avuto una gestazione e traversie che hanno fatto allungare la sua realizzazione e uscita sul grande schermo, ma alla presenza del presidente della Seconda Circoscrizione Cinque Torri, Ugo Schiaratura, del presidente del Cine Club, Giorgio Ricci, e di numerosi rappresentati del Club Cinematografico, si è potuto vedere un film, con i limiti spazio temporali che un medio metraggio può avere, di grande valore poetico, intensità emotiva, con spaccati di cinema d’autore, come nelle due sequenze del mare, con una brava Isabella Topi nel ruolo della madre naturale, di una creatura eterea e realistica, Camilla, che con la sua disabilità (sordomutismo) domina la storia e l’epilogo finale che Montanari ha creato, certamente influenzato dal cinema di Truffaut e dal cinema iraniano. Ma veniamo all’IDEA del film. “Avevo letto la storia tratta dalla Bibbia, il primo libro dei Re di Re Salomone che, per far giustizia, di fronte alla contesa di due donne, prostitute, il rango sociale più basso nel mondo ebraico, per l’appartenenza di un figlio, decise di dividerlo in due parti uguali. A quel punto, la vera madre si alzò per rinunciare al figlio pur di non farlo morire. Questo episodio mi colpì molto e pur avendo visto anche l’opera teatrale di Brecht che riprendeva la stessa tematica biblica, mi sono posto un interrogativo: come poter attualizzare una storia di questo tipo ai nostri giorni? Ed ho riflettuto sul decadimento della famiglia, l’infanzia contesa, le disgregazioni familiari, le violenze dentro le mura domestiche. Ho cercato un aiuto dalla pittura di grandi pittori come Raffaello, Poussin e Tiepolo, ma non ho avuto gli stimoli giusti per creare i personaggi della mia storia. Di grande aiuto, invece, è stato il film di Vittorio de Sica I BAMBINI CI GUARDANO, perchè nei silenzi e negli sguardi, anche accusatori, di una infanzia borghese romana nei confronti dei vizi e limiti degli adulti, ho trovato il mio input narrativo che poi si è trasformato in quello della sceneggiatura. Mi sono trovato ad un cento punto di fronte ad un bivio, prediligere una storia convenzionale con toni drammaturgici o dare un segnale anche innovativo e di speranza. Ho preferito questa seconda strada ed ho proposto il canovaccio all’amico regista di teatro e cinema Agostino Vincenzi che, con la sua sensibilità ed esperienza, mi ha spronato ad approfondire la storia sotto l’aspetto psicologico, visto che la prima impronta era più sociale. Nella prima stesura della sceneggiatura avevo inserito la figura di una nonna, in una sedie a rotelle, che con gli sguardi e complicità avrebbe aiutato a fare vivere Camilla, vittima del silenzio e della sofferenza. La figura della nonna mi venne in mente durante il compleanno della signora Irene Pierpaoli, nel giardino della sua residenza a Fano. Quel volto stanco che si sforzava di sorridere accanto al marito, il mio amico scrittore Ermanno Pierpaoli, mi colpì immediatamente. Ed io stringendole le mani ormai deboli le sussurrai in un orecchio: ti vorrei protagonista in un mio film. In realtà poi dopo discussioni e rifacimenti la figura della nonna, non fu inserita nel film, ma oggi dedico a Irene, questo mediometraggio, che sono convinto le sarebbe piaciuto”. Ma veniamo ai contenuti del film: IL SILENZIO, amato dal regista Vincenzi, influenzato da Antonioni. Solo gli sguardi di Camilla e nel finale con la madre naturale, attraverso un cancello, sono il dna filmico di questo mediometraggio. Gli altri personaggi, il padre naturale, Giancarlo Cioppi, con una grande esperienza attoriale in teatro e cinema, che è la vera vittima di questa storia di sofferenza e speranza, i genitori affidatari, l’amica che tradisce la madre naturale con il marito, in un matrimonio ormai in frantumi e il piccolo Nicolò, sono personaggi che ruotano intorno al dramma moderno, che risente anche di influssi della nouvelle vague francese. Il finale è un simbolo, un richiamo alla libertà, alla fiducia, alla speranza. E la madre naturale come quella di salomonica memoria, vuole salvare la figlia, lasciandoli un destino più sereno con il piccolo amico, il cane e l’aquilone.


PAOLO MONTANARI
FOTO MARTA FOSSA

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