Intervista a Giuseppe Vanni, primo premio con Paris Necker al concorso Pelasgo

 

 

-Giuseppe Vanni, soddisfatto per il risultato al Pelasgo sezione libro poesia edita ?

“Certamente; avevo già partecipato al Pelasgo sezione libro poesia edita nel 2016 con la raccolta Horror Vacui, ottenendo il secondo premio. Nell’estate del 2018 è uscito Paris Necker e ci ho quindi riprovato, ottenendo il primo premio. Ho avuto altri riconoscimenti per questi due libri, ma devo dire che sin dalla prima partecipazione il Pelasgo mi è sembrato, tra i concorsi letterari, tra i più attenti al verso poetico. Ecco perché quindi il riconoscimento di quest’anno è stato quanto mai gradito. Tra l’altro Paris-Necker è un libro a cui tengo molto, perché trattando di un tema difficile – il dolore innocente, e quindi la malattia del bambino – ha richiesto un impegno notevole, sia dal punto di vista lessicale che contenutistico, nonché emotivo”.

 

-Esiste un percorso esistenziale nelle sue poesie?

“Horror Vacui trattava della grande crisi, e dell’impatto sulle persone, sulle loro vite: però, l’analisi e l’invettiva erano anche molto politiche, quindi sì, in quel caso c’era un percorso esistenziale ma a prevalere era soprattutto il discorso della poesia civile. Paris Necker, come si legge sin dall’inizio dall’introduzione di Claudia Rubbini, racconta invece una storia vera, e quindi personale, di un percorso attraverso la malattia (il Necker è l’ospedale pediatrico di Parigi, da qui il titolo). Quindi in questo caso, anche per motivi autobiografici, visto che il bambino protagonista è il mio, tutto il testo si dipana attraverso interrogativi che, se vogliamo, possiamo definire esistenziali, nel senso però non psicologico quanto teologico e morale (se Dio esiste, perché gli innocenti soffrono?). Ad ogni modo, è presente nella raccolta anche la dimensione del racconto: della città, vista con occhi diversi; delle persone incontrate al Necker, con i loro bambini e il loro carico di dignitosa sofferenza; di tutti quegli eventi e incontri che in qualche modo, segnandomi, hanno contribuito alla stesura delle poesie. Si dice spesso che la scrittura sia una terapia, e ho trovato spesso questa definizione, soprattutto forse anche a causa della sua reiterazione durante l’insegnamento, un po’ stucchevole. In questo caso, devo riconoscere che, se non una terapia, scrivere ha contribuito alla ridefinizione di un senso che altrimenti avrebbe rischiato di essere stravolto dall’esperienza della malattia, come per tanti accade, e non mi sento certo di biasimarli. La nostra fede, il nostro senso morale, è particolarmente debole, quando il mondo si capovolge”.

 

-Come definirebbe la sua poesia?

“Come detto prima, ho scritto di cose diverse, dalla poesia civile a quella più intima e personale ma che, al tempo stesso, avrebbe l’ambizione di trattare temi universali (se e quando ci riesco…). Diciamo che culturalmente la mia provenienza non mi avvicina alle esperienze della poesia cosiddetta pura: ho studiato sì a lettere, ma nel corso di Storia contemporanea (da qui le tematiche per Horror Vacui), insegno alla scuola media superiore Lettere, ma con la cattedra di Italiano e Storia, e non Italiano e Latino: quindi, per esempio, non mi considero un linguista. Di conseguenza, siccome secondo me nel verso il lessico è tutto, quando scrivo frequento ambienti conosciuti, o per motivi di studio o per esperienze personali. Ora per esempio sto lavorando ad un altro libro che riprende le tematiche di Horror Vacui, e cioè ho ripreso a scrivere quella poesia civile alla quale probabilmente sono più vicino, Ma sicuramente Paris Necker ha lasciato un segno, e quindi quel percorso tematico che mi ha tenuto compagnìa nella scrittura per circa tre anni prima o poi tornerà fuori”.

 

Paolo Montanari

 

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