Rappresentazione di Carmen di Bizet al Teatro Gentile di Fabriano. Con foto

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Con la rappresentazione di Carmen di Bizet al Teatro Gentile di Fabriano, il più grande teatro storico delle Marche, si chiude temporaneamente l’avventura musicale su Carmen dei Cantori di Città Futura di Vallefoglia, diretti dal maestro Stefano Bartolucci, con l’opera più conosciuta nel repertorio lirico. Perchè avventura, si potrebbe chiedere il lettore? Perchè come ogni progetto grandioso occorrono oltre allo studio, impegno costante e professionalità, il coraggio per  intraprendere un’avventura, in questo caso musicale, con tutte le difficoltà e sorprese durante il suo percorso artistico.  Il primo merito va sicuramente a Stefano Bartolucci, che ha diretto l’opera francese e per più di quattro mesi ha preparato il coro di Vallefoglia, in un’opera di quattro atti e in francese, e in cui il coro è protagonista insieme ai solisti, che in questa occasione sono stati un gruppo di alto livello. Ad iniziare dal tenore Giorgio Casciarri, che nelle sue tre interpretazioni a Cattolica, Urbino e Fabriano, ha messo in evidenza le sue grandi capacità vocali e un pathos romantico, necessario nella drammaturgia del personaggio Don José. Ma del tenore fiorentino già conosciamo altre importanti interpretazioni liriche ed è una garanzia da ogni punto di vista. Vorrei sottolineare la bravura e passionalità mista a quel tocco di femminilità ludica, di Julija Samsonova-Khayet, il personaggio principale sia nel romanzo di Merimee che nell’opera di Bizet. Una sorta di eroina ante litteram che, in nome della libertà, sacrifica la sua vita per un amore forse vissuto troppo in fondo. Un messaggio di grande attualità e un monito allo stesso tempo ai femminicidi e alla violenza che pervadeno i contesti famigliari e di coppia. Una sottolineatura per la dolce e potente, da un punto di vista vocale, Alina Godunov, nel ruolo crocevia dell’opera di Micaela. Come nei romanzi “teologici” di Dostoevskij, la figura femminile spesso ha un ruolo salvifico, di riflessione di fronte alle passioni umane, alle fragilità quotidiane. Micaela cerca di esprimere questo ruolo nell’opera bizetiana, con due arie che, a mio modesto giudizio, sono le più belle dell’opera, perchè l’aspetto romantico si coniuga con il presentimento della tragedia finale. Che cosa può fare una donna innamorata per il suo uomo, se non seguirlo fino alla fine della storia, anche in maniera discreta nella vicenda passionale per la famosa sigaraia Carmen? Bizet non vuol fare sacrificare Micaela, perchè vi sarà il sacrificio ultimo di Carmen, che diviene una eroina da tragedia greca, incapace da una parte di comprendere le intenzioni di Don José e dall’altra consapevole che il matrimonio con Escamillo rappresenta per lei un letto di morte, come nella figura verdiana di Desdemona. Alcuni musicologi e critici hanno detto che l’opera di Bizet si avvicina alla visione drammaturgica e patriottica di Verdi. E’ vero, però in questa opera vi sono dei connotati tipicamente francesi e una influenza iberica, che il compositore francese, che non ebbe la fortuna di vedere l’opera nella sua rappresentazione, per la sua sopraggiunta scomparsa, utilizzò con grande equilibrio in un tessuto musicale e narrativo. Escamillo è l’eroe del popolo, interpretato molto bene da Daniele Girometti, che ha bisogno di una corte di toreri, caballeros, portati molto bene in scena dai coristi di Città futura. Ma poi vi sono altri personaggi come Zuniga, Luca Giorgini, che ha dato una prestazione buona in tutte quattro le rappresentazioni, Remendado, Carlo Giacchetta, il bravo e professionale Patrizio Saudelli in Dancairo e il simpatico e bravo Ken Watanabe in Morales. Una citazione a parte per Frasquita, Arielle Carrara e Mercedes, Margot Canale, che con  le loro voci hanno accompagnato come due angeli la sfortunata Carmen al suo crudele destino. Una citazione alla regia di Francesco Corlianò, che per motivi di salute, ha dovuto sospendere il suo ruolo, a cui poi hanno supplito due coristi di Città Futura e una corista del teatro La Regina di Cattolica. Dunque è stata una avventura musicale, con tutti i suoi imprevisti, ma con un progetto allietato dai cori delle voci bianche e da un gruppo di ballo che hanno arricchito un’opera, che alla fine non è stata lunga, ma corale.
Paolo Montanari

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