Un’opera che si trova a Pesaro, la pala d’altare raffigurante L’Immacolata Concezione di Federico Zuccari, in mostra a Forlì

 

La grande mostra L’ETERNO E IL TEMPO TRA MICHELANGELO E CARAVAGGIO, che si svolge nel complesso del san Domenico a Forlì e quest’anno per la prima volta nella monumentale chiesa annessa al complesso, ospita fra i circa 200 capolavori del periodo rinascimentale e post, anche un’opera che si trova a Pesaro, precisamente la pala d’altare raffigurante L’Immacolata concezione di Federico Zuccari della chiesa-Santuario della Madonna delle Grazie. L’opera è di Federico Zuccari artista vadese che nel 1592 la realizzò ed oltre al valore pittorico ha anche una finalità educativa, alla devozione mariana del tempo. L’arte pittorica, dopo le decisioni del Concilio di Trento, diviene se orientata ai temi religiosi e in particolare mariologici, un libro, una narrazione ad immagini. L’Immacolata Concezione fu commissionata allo Zuccari a Pesaro dalla Compagnia della Concezione, un gruppo di laici legati alla regola francescana, molto devoti al culto della Madonna. Il dipinto rispetta l’iconografia del tempo con il Padre eterno in una struttura triangolare che sorregge e benedice l’incoronazione della Vergine fatta da magnifici angeli. E sotto l’omaggio della città di Pesaro con il beato francescano scalzo pesarese Gianbattista Lucarelli, confessore del Duca Della Rovere e san Terenzio, patrono della città. La presenza del dipinto dello Zuccari nella chiesa allora di San Francesco ora santuario della Madonna delle Grazie, ci fa comprendere il legame fra i Servi di Maria e l’ordine francescano. La grande mostra del complesso San Domenico di Forlì tra Rinascimento e Barocco, mette in scena per la prima volta in maniera compiuta, grazie alla competenza dei suoi curatori in particolare di Antonio Paolucci, ex direttore dei Musei Vaticani e lo sforzo realizzativo della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì, in maniera compiuta e in un nuovo percorso espositivo il fascino di un secolo compreso tra l’ultimo Rinascimento e l’orizzonte dell’età barocca. E a questo proposito, a corollario della mostra forlivese a Bologna nella Pinacoteca Nazionale è in corso la mostra dei fratelli Carracci e il Barocco. Il periodo che intercorre dal Giiudizio universale di Michelangelo, ripreso da un disegno in mostra (1541) al Merisi di Caravaggio è per la storia uno dei periodi più avvincenti e stimolanti. La pittura manierista aveva in campo le ragioni di un’arte per l’arte, in cui prevalevano i capricci e non la severità e rigidità della pittura. Una sorta di trasgressione alle regole dettate dai modelli di Raffaello e Michelangelo. E non a caso la mostra si apre con un grande arazzo di Raffaello, con i suoi disegni, in particolare degli animali, che saranno una specie di Bibbia pittorica per le successive generazioni. Questa transizione nell’arte derivava dalla polemica dei riformatori protestanti che lottando contro il lusso della corte pontificia, si richiamava alle origini della Chiesa e alla sua povertà. Con il Concilio di Trento, si teorizzò la funzione didattica della pittura. Nella stessa Roma si erano avuti nuovi segni di ritorno al sacro. La vicenda umana e religiosa di Michelangelo in mostra con ben quattro sculture, raffigurava un’aspirazione ad una figurazione rigorosa e spogliata di orpelli. Con Papa Paolo III Farnese, che indisse il Concilio di Trento, vi fu una apertura nella capitale di numerose influenze pittoriche europee, come quelle di El Greco e Giovanni de’ Vecchi, che mutando i linguaggi, dallo studio dell’antico elaborano una nuova concezione spaziale. Nasce un fervore religioso che porta alla richiesta di nuove opere sacre, con Girolamo Muziano e Federico Zuccari che concepiranno la narrazione didascalica biblica fino ad arrivare a Federico Barocci, in mostra con la sua splendida Deposizione e la riscoperta del Correggio, a scoprire la sentimentalità prebarocca. Accanto all’arte, la ricerca scientifica dell’Aldrovandi e Ligozzi, lo sviluppo della pittura dei fratelli Carracci a Bologna e l’astro nascente, il genio in assoluto dalla Lombardia, di Caravaggio. La sua è una vocazione pauperistica, nella transizione fra il vecchio secolo e quello nuovo, fra i classicismo patetico di Annibasle carracci e il dinamismo barocco di Rubens, in mostra con L’Adorazione dei Magi. Un filo estetico di prim’ordine nella grande mostra al san Domenico, che arriva a Daniele da Volterra, al Parmigianino, dal Veronese e Reni a Tiziano. Tra i due Michelangelo si snoda un percorso culturale innovativo, alla ricerca di un rispecchiamento tra i valori eterni e quelli storici. E se nel primo vi è un dissolvimento di ideali di compiutezza umana, nel secondo si evidenzia una umanità intrisa di peccato. Una mostra da non perdere e che rimarrà aperta fino al 17 giugno 2018.

Paolo Montanari

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