La pazzia del Tasso e l’ospedale san Benedetto. Una lezione all’Unilit di Pesaro

Nella sala conferenza dell’Unilit di Pesaro, gremita di persone, vi è stata una interessante lezione dal titolo LA PAZZIA DEL TASSO E L’OSPEDALE SAN BENEDETTO, tenuta dal giornalista e critico letterario, Paolo Montanari, letture della professoressa Marta Fossa e intervento sul barchetto ducale rinascimentale, dove si trova attualmente il complesso del San Benedetto, che fu costruito dai Della Rovere e dove soggiornò prima il padre del Tasso e poi il grande poeta e dove scrisse parte della Gerusalemme Liberata. La pazzia del Tasso o meglio il suo disagio psichico, dipende da varie componenti: la tristezza di fondo che fa da basso continuo alla canzone della sua vita e l’altra più grave e dolorosa la psicosi depressiva che si è sviluppata nel tempo. Di natura sensibilissimo  il Tasso fin da bambino fu precoce nello scrivere le poesie e a otto anni conosceva il latino e il greco. A circa dieci anni dovette lasciare Napoli e la madre, accompagnando il padre bandito dalla città per motivi politici. E per lui questo distacco dalla madre venne rammentato nella canzone al Metauro. La madre gli morì senza poterla rivedere mentre era a Roma ed aveva 12 anni. la morte della madre e poi quella del padre che visse più a lungo e influenzò anche la sua operam certamente influirono nel suo carattere molto sensibile. Aveva trentuno anni quando il padre gli morì. Ne fu colmo di dolore, lo ricordò nella canzone “o del grande Appennino”. Anche la rivalità con l’Ariosto gli provocò molte sofferenze soprattutto per i giudizi negativi dei critici letterari nei suoi confronti. Tasso uomo di corte triste e riflessivo e spesso malvisto dalle corti stesse da Ferrara a Venezia fino a Urbino, dove con il duca tenne una stretta corrispondenza e dove tenne una relazione d’amore con Leonora. Poi il sospetto e il distacco degli Este e il suo internamento nell’ospedale di Sant’Anna. E lui il Tasso come poteva sentirsi quando l’opera in cui vive nega e condanna i valori da cui si sente attratto, e dai quali trae ispirazione? Quando gli altri letterati ne condannano l’opera, senza comprenderne la grandezza, e quando anche il rapporto col suo pubblico è spesso conflittuale? Le opere del Tasso non sono ben viste nelle corti, che il poeta considera il suo pubblico, ma di cui mal sopporta ritualità e ipocrisia. Una conflittualità che peggiorerà negli anni, insieme alle manie e alle fissazioni del poeta. L’elaborazione della Gerusalemme Liberata lo porta in anni difficili, a soffrire di allucinazioni ed è convinto di essere perseguitato da malefici. Nell’ospedale di sant’Anna lavora ancora alla Gerusalemme Liberata, nel frattempo pubblicata senza la sua autorizzazione e compone alcune delle sue rime e scrive molti dei suoi 28 dialoghi. Nella Gerusalemme Liberata Tasso è combattuto tra ortodossia religiosa e fascinazione per valori condannati dal suo tempo, d’altro canto rivolge le proprie fatiche poetiche ad un pubblico cortigiano con cui vive un rapporto conflittuale, ma del quale non può fare a meno. Sono elementi che contribuiscono ad accentuare ed aggravare le ossessioni e i turbamenti interiori del poeta, tormentato inoltre da critiche alla sua opera che in fondo condivide. E’ infatti consapevole di non essersi allineato perfettamente ai canoni letterari vigenti, di aver incluso nella Gerusalemme elementi non propri di un poema epico cavalleresco. Il suo è un romanzo moderno che i suoi tempi non comprendono. Certamente la sua personalità folle e malinconica è divenuto un punto di riferimento per i romantici ma anche un valido sostegno per le estreme diagnosi cliniche di stampo scientifico-positivista del tardo Ottocento. La follia del Tasso, che nel barchetto ducale dei Della Rovere a Pesaro, ha avuto un’oasi di serenità, non è soltanto la proiezione di un io scisso da ossimoriche aspirazioni e di una personalità continuamente contrastata, ma è il risultato della potente e intransigente pressione controriformistica esercitata sul ceto intellettuale che nel Tasso sfocerà nel processo di severa autocritica alla base della costruzione della Liberata.

Paolo Montanari

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