Successo per la seconda conferenza dal titolo Rossini e Raffaello: due geni marchigiani

 

 

Sala Rossa del Comune di Pesaro, gremita di pubblico per la seconda conferenza dal titolo Rossini e Raffaello: due geni marchigiani, la natura e il paesaggio. L’iniziativa è stata promossa da Assonautica di Pesaro e Urbino e Associazione culturale Pegaus, con il patrocinio del Comune di Pesaro, Assessorato alla Bellezza. Relatori il giornalista Paolo Montanari e il prof. Roberto Rossini. La marchigianità, ha sottolineato Montanari, è stata ben evidenziata in alcune lettere di Giacomo Leopardi, con quei sentimenti che testimoniano una civiltà matura, discreta e urbanissima. E proprio lui il grande poeta che vorrà lasciare il borgo natio, definito selvaggio, testimonia come il paesaggio sia fondamentale per la formazione culturale, soprattutto del divin pittore, Raffaello Sanzio che, nelle Vite di Giorgio Vasari, viene definito con un’esistenza che è più romanzo che una cronaca. Anche Rossini contemplerà le bellezze paesaggistiche di Raffaello, che tanto ammirava, anche perchè sia in Gioachino che in Raffaello vi è una formazione artistica. Nelle lettere Rossini più volte cita Raffaello, il suo bel stile. Scrive il Vasari a proposito: “E’ cresciuto che fu cominciò a esercitarlo nella pittura, vedendolo a cotal arte molto inclinato, di bellissimo ingegno. Onde non passarono molti anni che Raffaello ancora fanciullo, gli fu di grande aiuto in molte opere di Giovanni Santi”. E Rossini che lasciò da bambino Pesaro per ritornarci sporadicamente e con una data importante il 1819, che poi segnò l’ultima volta del Nostro a Pesaro, solo più tardi pensò a lui con i festeggiamenti per l’onomastico e il medaglione insieme a quello del Perticari nel teatro Rossini. Certamente Bologna, Napoli, Venezia e Parigi, rimasero più nel cuore di Rossini. Per Raffaello che lascia Urbino, c’è chi dice anche prima della morte del padre nel 1494 per poi rimanere continuamente a bottega di Perugino, il distacco dalla culla del Rinascimento è più traumatico. In una lettera di Giovanna Feltria, il padre Giovanni Santi, pittore e scrittore di corte, raccomandava il giovane Raffaello per il suo soggiorno a Firenze al Soderini, per la bottega del Perugino, dove però Raffaello non doveva fare apprendistato, anzi con il maestro collaborò nella chiesa di Santa Maria Nuova a Fano per la realizzazione di una predella per una pala d’altare del Perugino. Nell’opera il Cortigiano di Badassarre Castiglione si ritrova questo giusto equilibrio fra Raffaello e Palazzo Ducale di Urbino. Raffaello conobbe i vertici della cultura rinascimentale, nell’equilibrio classico del palazzo di Federico e nella sua architettura ispirata all’antico e ai rapporti della proporzione classica, su cui poi si basa la lettera che scrisse con Baldassar Castiglione a papa Leone X. Vi sono rapporti pittorici fra Raffaello e il padre nel progetto simbolico e iconografico della stanza della Segnatura in rapporto con quanto espresso nel preambolo della Cronaca di Giovanni Santi, relativamente all’elevazione intellettuale del signore attraverso le virtù e le arti liberali fino alle Muse, oltre che nel rapporto con l’idea pierfrancescana del tempio circolare che, attraverso Bramante, si ripresenta nelle opere di Raffaello fino alla concezione della Disputa vaticana. Raffaello, dicevamo fu influenzato dal paesaggio marchigiano e umbro. Nei primi anni del Cinquecento, le rive del lago Trasimeno trovarono un visitatore d’eccezione, il giovane Raffaello da Urbino. Lo si può dedurre dallo sfondo paesistico che compare nella Madonna del Prato, conservata a Vienna, un dipinto che viene datato 1505 o 1506, a seconda di come si vogliano interpretare le cifre ricamate sui passamani. Raffaello vi ritrasse un paesaggio di acque e di terre che si può confrontare con le vedute del lago del Castello di Passignano. Un paesaggio fotografico, così venne definito dalla critica; ma in realtà Raffaello non è un pittore impressionista e tanto meno realista. Al massimo ai suoi tempi ci si poteva limitare a eseguire rapidi schizzi a penna o a lapis, come fece Leonardo da Vinci in un celebre disegno che riproduce la valle dell’Arno. Per Rossini il rapporto con Pesaro non fu forte, ma conflittuale. La crescente fama di Rossini inorgoglì la città natale. Già alla fine del 1815 il conte Giulio Perticari, che era vice presidente dell’Accademia pesarese, comunicò di avere acclamato il “celebre maestro di cappella” socio onorario dell’Accademia pesarese. Proprio in quell’anno, durante il carnevale, al teatro del Sole, per la prima volta era stata   portata in scena un’opera di Rossini, il Tancredi. Le stagioni successive, come sottolinea il musicologo Paolo Fabbri, videro il monopolio quasi assoluto di Rossini: L’inganno felice, L’Italiana in Algeri nel carnevale 1816 per l’ultima stagione del fatiscente teatro del Sole, poi demolito; Il Turco in Italia e la Cenerentola nella primavera 1818 nel teatro della Pallacorda in attesa di inaugurare il nuovo edificio progettato da Pietro Ghinelli per rimpiazzare la vecchia sala tardo settecentesca; Infine la Gazza Ladra e il Barbiere di Siviglia. Poi nel 1818 per interessamento del gonfaloniere di Pesaro, Antaldo Antaldi, Rossini accettò l’incarico di dirigere a Pesaro nel gennaio 1818, la Gazza Ladra: “Io già m’adoprai per completare l’orchestra essendo un ramo che molto mi interessa’, scriveva al conte Perticari. L’arrivo a Pesaro fu di profondo coinvolgimento : “Un servizio alla Patria scriveva Rossini nelle sue corrispondenze con i notabili pesaresi”. L’ultima volta che Rossini vide Pesaro fu il 24 maggio 1819, mal accolto da un complotto di Bartolomeo Pergami, al teatro del Sole, per vendicare il rifiuto di Rossini agli inviti della principessa del Galles Carolina di Brunswuick, che viveva a Pesaro.

Paolo Montanari

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