Con il grande concerto del genio del violino Stefan Milenkovich e la Form si conclude la stagione concertistica del 2017. Un arrivederci a domenica 7 gennaio 2018

 

 

Non poteva concludersi meglio il 2017, con la prima parte del cartellone concertistico della 58esima stagione concertistica dell’Ente Concerti di Pesaro. Infatti al teatro Rossini di Pesaro si è esibito uno dei mostri sacri del violino a livello mondiale, Stefan Milenkovich, che già a 10 anni suonò per il presidente Ronald Reagan in un concerto natalizio a Washington e dopo l’inno per Gorbaciov, e a 14 anni per papa Giovanni Paolo II. L’enfant prodige, nato a Belgrado, già a tre anni suonava il violino, con naturalezza e talento. Si pensi che Milenkovich già a 16 anni, aveva tenuto in Messico il suo millesimo concerto. Talento, freschezza, genuinità nell’interpretazione, virtuosismo, bontà negli atteggiamenti e contatti con il pubblico, sono questi i migliori attributi per questo artista che ha suonato come solista con l’Orchestra Sinfonica di Berlino, l’Orchestra di Stato di San Pietroburgo, l’Orchestra del teatro Bolshoj e tante altre orchestre in tutto il mondo, ed ha collaborato con direttori del calibro di Lorin Maazel, Daniel Oren, Lu Jia e Sir Neville Marriner. La sua discografia include le Sonate e le Partite di Bach e l’integrale delle composizioni per violino di Paganini. Impegnato nel campo della solidarietà, ha partecipato a numerosi concerti patrocinati dall’Unesco a Parigi, esibendosi al fianco di Placido Domingo, Lorin Maazel, Alexis Weissenberg e sir Yehudi Menuhin. E’ professore di violino all’Università dell’Illinois Urbana. Partner del grande violinista l’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta dal maestroFabio Maestri.

Ma veniamo al bellissimo programma.

Si è iniziato con il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op.35 in tre movimenti di Cajkovskji, che Milenkovich ha eseguito con una emotività straordinaria. Il concerto op.35, composto l’11 aprile 1878 e prima esecuzione a Vienna il 4 dicembre 1881, nacque alla fine di uno dei periodi più fecondi della creatività di Cajkovskji, cioè quello in cui in tre anni aveva composto il concerto per pianoforte e si bemolle minore, il balletto Il lago dei cigni, la Quarta Sinfonia e l’opera Evgenij Onegin. La nascita del concerto fu travagliata nella fase dell’elaborazione, perchè il compositore russo fu influenzato dal giovane amico, violinista Kotek. Ma ironia della sorte in seguito divenne il più grande esecutore del Concerto op.35. Lo stesso Cajkovskji si rendeva conto che vi era qualcosa che non equilibrava il concerto e decise di sostituire il movimento, centrale fu poi l’idea di dedicare il concerto al violinista Leopold Auer, affinchè lo tenesse a battesino a San Pietroburgo, che però tergiversò. Allora fu il giovane Adolf Brodskij ad accettare l’incarico. Imparò e studiò il concerto che venne presentato a Vienna nel 1881, con la Filarmonica diretta da Hans Richter. Il concerto non venne accolto benevolmente nè dal pubblico nè dalla critica, legata in una sorta di partigianeria musicale al filone brehmsinao. Ma ciò non sorprese Cajkovkji che si era allontanato dalla tradizione musicale, nonostante l’impianto nella tonalità in re maggiore, come nel concerto di Brahms e nei primi concerti di Beethoven. Cajkovskji aveva intrapreso una nuova strada, innervando una accesa fantasia melodica, che piacque a Stravinssky, con un marcato accento slavo. Quando il concerto op.35 approdò in Russia, a Mosca, agosto 1882, l’accoglienza fu positiva. L’esecuzione del concerto da parte della Form e con la sublime interpretazione di Milankovich, è stata libera e sicura di sè, tenendo conto dei canoni sperimentali dell’opera stessa. L’inizio del concerto è un omaggio al genio beethoveniano. Vi è poi un allegro moderato con delle evoluzioni del violino con intrepida freschezza. Poi viene esposto con naturalezza un nuovo soggetto breve, quasi operistico, adatto a fornire la base per l’elaborazione musicale. Successivamente l’orchestra avvia un andamento volutamente tortuoso e quasi rapsodico, senza sviluppo. Sicchè la ripresa dei temi principali suona come un ritorno alle origini. La mediana Canzonetta ha un inizio di puro intimismo, in cui il solista si  inserisce con un tema “molto espressivo” (influenza belliniana). Poi i toni diventano malinconici e sono rafforzati dal flauto. Il secondo tema è drammatico ed energico con un accompagnamento sincopato degli archi. Senza interruzione attacca subito il Finale, Allegro vivacissimo. Vi è una forma circolare del rondò in cui si evidenziano due motivi popolari. Il primo su robuste quinte dei violoncelli e circolazione dei vari strumenti. Il secondo motivo popolare è affidato all’oboe. Ma è Milankovich, nel suo ruolo di solista, a divenire protagonista assoluto: virtuosismo finale, suo lo slancio della danza, vitale travolgente. Come ha sottolineato il critico Fedele D’Amico in questo finale: “l’anima si materializza”.
Nella seconda parte del concerto è stata eseguita la Settima sinfonia in la maggiore op.92 di Beethoven. La sinfonia nasce fra l’autunno 1811 e il giugno 1812, in comunion con l’ottava sinfonia e con le musiche di scena per “La rovina di Atene” e “Re Stefano”. La prima esecuzione della sinfonia avvenne l’8 dicembre1813  nella sala universale di Vienna insieme alla Sinfonia a programma La battaglia di Vittore. Di questa sinfonia, è l’Allegretto, il movimento più conosciuto ed amato dalla critica e dal pubblIco. Una sinfonia con pareri diversi. Parte della critica parlò di estrosità, eccessi e la Reveu Musicale dopo una esecuzione del 1829, giudicò il finale della sinfonia “una di quelle creazioni che sono potute uscire soltanto da una mente sublime e malata”. Per Wagner “questa sinfonia è l’apoteosi stessa della danza.” La struttura della sinfonia si richiama alla ultime sinfonie di Haydn, alla K.543 di Mozart e alle prime sinfonie dello stesso Beethoven. La sua trasformazione dal momento introduttivo nel vivace, attraverso la microscopia di una nota sola ripetuta, è una di quelle invenzioni irripetibili. Nel vivace si sprigiona la continuità ritmica in maniera costante e di conseguenza vengono cancellati i confini tradizionali tra temi principali e secondari. L’Allegretto successivo è in forma tenue, con uso di variazioni. Nel Presto l’accelerazione ritmica riprende il sopravvento e riecheggia un canto popolare di pellegrini. Un finale che Wagner prese ad esempio in un momento di transizione musicale ormai in atto in maniera irreversibile.
Paolo Montanari
Foto Marta Fossa

 

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