Conferenza e presentazione del libro in dialetto pesarese di Emilio Melchiorri nella sala parrocchiale del Porto venerdì 17 novembre

 

 

 

Si è tenuta presso la sala parrocchiale del Porto, gremita di persone, in via Cecchi, la conferenza del giornalista e critico letterario Paolo Montanari, sulla funzione e sul valore del dialetto nella nostra società contemporanea. Con l’occasione è stato  presentato il libro di Emilio Melchiorri: “In t’un lanp la vita – Ricord, valor e sentiment” ed. Stafoggia, alla presenza dell’autore. L’iniziativa è stata promossa dalla Società Operaia del Mutuo Soccorso, con la collaborazione della parrocchia di Santa Maria del Porto, a Pesaro. “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini, che vedeva nella lingua dialettale l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato. Come tale, doveva e deve essere protetto. Montanari ha analizzato l’italiano mediale che è un continuum dialettale. Ha una varietà di parlate, romanze, ben differenziate fra loro, ma con un certo numero di caratteristiche fonetiche e sintattiche comuni. Il dialetto pesarese fa parte di questa branca dell’Italia centrale, del gruppo gallo-italico, e si è sviluppato nei vari quartieri della città. Emilio Melchiorri dopo aver scritto “La nostra tera: el port, i personagg e….d’intorne”, a salvaguardia di una lingua che rischia l’estinzione, perché le nuove generazioni, non la parlano più , ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo: In t’un lanp la vita, in cui emergono i luoghi del porto e i personaggi a lui cari. Melchiorri ha evidenziato l’importanza di strumenti di lavoro di cui si è avvalso: il “Dizionario della lingua dialettale pesarese”, di Marcello Martinelli, un unicum nella vasta letteratura del dialetto pesarese. Paolo Montanari ha sottolineato che nell’epoca della globalizzazione, in cui internet regna sovrano e che ci toglie spesso il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, parlare del dialetto può sembrare anacronistico. In realtà non è così, perché il dialetto fa parte del bagaglio culturale che ognuno porta sulle spalle ed è il segno che ci fa dire che apparteniamo ad un certo luogo, ad un certo tempo e che ci identifica e ci colloca nel posto preciso della nostra storia personale. In Storia ad Vèlla e Pasqualon, presentato nella piccola Stagione del teatro Villa di San Clemente, si evidenzia il rapporto marco romagnolo dialettale. Villa è l’autore di tante zimdele nelle quali la comicità e la satira si sposano con la riflessione su politica e costumi; l’altro poeta dialettale è il pesarese Pasqualon, l’unico grande poeta dialettale pesarese, allievo del Villa, che conobbe in carcere. Pasqualon ebbe una vita povera, travagliata (a sò ciech, a sò zopp, a sò tutt’me), il cantore del popolo e delle piazze contadine e pesaresi. Il legame fra i due è diretto, perchè sono entrambi dei grandi comunicatori popolari. In Odoardo Giansanti detto Pasqualon, domina la solitudine e quei tratti di malinconia e tristezza, di coloro che hanno vissuto una infanzia difficile. Il dialetto pesarese fu classificato da Bernardino Brandelli come parte del gruppo gallo-italico, con influssi in parte umbro-toscano e gallo-piceno. Nella zona territoriale di Pesaro e Urbino, vi è una varietà dialettale notevole e lo stesso dialetto pesarese ha delle inflessioni, pronunce diverse. Ad esempio, la poesia dialettale di Emilio Melchiorri è legata alla cultura del Porto, le sue tradizioni, i culti, i topos, le figure come la madre che si distingue dal pantanese, soriano, del quartiere di Muraglia, di Candelara, di Novilara. Nella vicina Romagna, il dialetto si è conservato meglio ed ha formato una scuola quella di Sant’Arcangelo con Tonino Guerra, Nino Pedretti e Baldini, che è ancora è viva e si trasmette a generazioni di poeti romagnoli. Nel pesarese non è mai esistita una vera scuola, ma voci isolate da Odoardo Giansanti al Procacci. Vi è un esempio di poeta cesenate Pietro Comandini, medico condotto di un paesino romagnolo che, oltre ad essere un bravo poeta dialettale, ebbe una dinastia di figli in gran parte avvocati, di cui uno, Mario, fu il primo sindaco di Pesaro.

Paolo Montanari 

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