Rubrica cinema: Visti per voi a cura di Paolo Montanari

 

Un film originale quello di Paolo Genovese dal titolo The place, che pur essendo di difficile lettura, è in questi giorni campione di incassi. Tanti bravi attori: in primis Valerio Mastrandrea e Giulia Lazzarini, l’alter ego al femminile, di un santone (Mastrandrea ha raggiunto degli apici interpretativi formidabili), che se ne sta seduto giorno e notte nel solito posto, tavolino, dove consuma continuamente e beve una media di sei caffè al giorno. Ma cosa fa questo Angelo e Demone allo stesso tempo, in una situazione filmica da Kammerspiel, c’è un film girato al 99% nella stessa stanza, e che ritorna molto di moda da Carnage di Polanski, dove affronta la conflittualità delle coppie, al genere meta teatrale che ha avuto in Truffaut il padre ispiratore. Ma qui non si parla di conflittualità di coppie, di uomini e donne, ma di un uomo con agenda e penna e tanti piccoli pizzini, che diventano pro memoria di un impegno di tanti personaggi, dal poliziotto alla suora, che cercano di recuperare il figlio o il rapporto con Dio. Mastrandrea lascia rispondere alle sue vittime che cosa vogliono e le loro soluzioni. Finchè c’è desiderio c’è vita. Ma fino a che punto siamo disposti a spingerci per avere quello che vogliamo? Quello che vogliamo senza problemi ma mai senza conseguenze, ci rammenta l’uomo con il quaderno che realizza desideri aprendolo e assegnando un compito all’occasionale avventore. Nove personaggi che cercano con narrazioni interrotte, dove domina l’immaginazione sulla realtà. Un film The place che sperimenta una scrittura che conserva il teatro come spettacolo vivo, facendo respirare la finzione e la performance, lasciando conversare l’immagine teatrale, che si offre senza limiti allo sguardo, e il quadro cinematografico, che costringe il punto di vista . Convertito il salotto in ristorante, i suoi attori vivono il set come vivrebbero la scena, sono le loro perfomance a organizzare lo spazio, costruendo il proprio personaggio davanti alla macchina da presa.

 

Paolo Montanari con la collaborazione di Marta Fossa

 

 

 

The Square film che ha vinto la Palma d’oro a Cannes, è un film complesso e squilibrato, senza una storia lineare, ma pieno di simbologie e allegorie. Un film lungo, ma la lunghezza è naturale in un percorso esistenziale squilibrato, come è quella di Christian, il curatore di una mostra d’arte contemporanea nel Royal museum di Stoccolma. In questa mostra è prevista l’installazione di The Square, un quadrato delimitato da un perimetro luminoso all’interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri, un santuario di fiducia e altruismo. Questa installazione la si ritrova nelle profondità delle rampe di scale fino al 15esimo piano, che il protagonista visita minuziosamente in un condominio della capitale, alla ricerca del suo telefono,  portafoglio e gemelli rubati. Christian reclama i suoi oggetti, in un contesto periferico in cui la miseria contrasta con la ricchezza borghese svedese. Il protagonista ritroverà i suoi oggetti ma la sua coscienza sarà turbata dalla voce di un ragazzino che ha ricevuto come tanti, una lettera in cui lo si accusa di furto e che chiede che gli venga data scusa. Vi è poi la crisi della responsabilità sulla feroce scena nella cena di gala. Un film interrotto nel dialogo e nella narrazione, come l’arte che diviene tale anche in virtù della sua collocazione (reality made, l’oggetto comune traslato rispetto al suo contesto funzionale). La fuga di C. è fitta di interruzioni imprevedibili.

 

Paolo Montanari

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