Sala della libreria coop gremita di persone per l’ultimo incontro su Pirandello

 

 

“Forse sono di nuovo a Berlino anche per l’altra combinazione: quella beethoveniana che aprirebbe un campo del tutto nuovo alla cinematografia, come espressione visiva non più della parola ma della musica: melografia. E’ la via della fortuna”. E’ un passo di una delle 100 lettere che Luigi Pirandello inviò all’attrice Marta Abba, in cui si parla di cinema, e del difficile rapporto fra lo scrittore e la Settima Arte, come la definì in: Vita d’arte del 1911. Il tema, o meglio le tematiche del rapporto fra Pirandello e il Cinema, le lettere d’amore e la critica, sono state il tessuto costruttivo della conferenza tenuta da Paolo Montanari, giornalista e critico letterario e dalla professoressa Marta Fossa, docente di lettere al liceo Scientifico Marconi di Pesaro, che in particolare ha letto e interpretato con passione e forte sensibilità alcune delle lettere più belle che l’accademico e professore universitario Luigi Pirandello inviava, perché profondamente innamorato alla giovane attrice Marta Abba. Un vero rapporto d’amore? Non è una domanda da gossip, ma dal fitto epistolario di Pirandello si comprende come lo scrittore cercasse una persona che corrispondesse le sue incertezze e aspirazioni tanto da firmarle: il tuo maestro Pirandello, o semplicemente: Luigi Pirandello. Paolo Montanari ha, invece, svolto la duplice tematica del rapporto fra Pirandello e il cinema e il suo rapporto con la critica. L’incontro culturale conclusivo di un ciclo di conferenze su Pirandello a 150 anni dalla nascita, si è tenuto nella libreria Coop di Pesaro, gremita come non mai da tante persone e in particolare da tanti giovani. Quello di Pirandello con il cinema è un rapporto complesso e ambiguo, ove coesistono implicazioni di carattere ideale e teorico e di carattere pratico. Da una parte Pirandello è figlio del Sud di una cultura che lo lega a Luigi Capuana e Nino Martoglio, quelle dove le implicazioni teoriche sono di rifiuto e di rigetto della nuova forma espressive che è il cinema, perché non collima con la concezione pirandelliana dell’arte, che è spontanea e sincera. Però, Pirandello non può fare a meno di considerare il cinema un’arte in fieri finché rimane muto, senza parola, perché nel secondo caso è da rigettare in quanto dannoso anzi pericoloso per il teatro, che è l’apice della pirandelliana piramide artistica, che va di racconti e novelle appunto al teatro. Pirandello non ha formulato una estetica cinematografica, e le fonti dei suoi interessi per il cinema sono interviste per quotidiani e riviste, in cui evidenzia due aspetti: il distruttivo e il propositivo. Ma il vero approccio cinematografico di Pirandello si avrà con i Quaderni di Serafino Gubbio del 1925, in cui lo scrittore evidenzia la morte dell’uomo succube della tecnologia. Ma è proprio nei Quaderni che Pirandello mostra una speciale attenzione al nuovo linguaggio, che si inserisce nella vita di un set e alla costruzione di un film. Con l’avvento del film parlato gli argini di compiacenza di Pirandello per il cinema scompaiono del tutto, e la sua diviene una posizione negativa nei confronti del cinema ed arriva ad una conclusione: il cinema deve essere senza parola, e il suo rapporto non sarà con la narrazione ma con la musica. In tale posizione si trova in buona compagnia con Chaplin, Vidor e Ejzenstejn. Per quanto riguarda la critica, già nel 1919 Benedetto Croce stroncò sul nascere il suo primo racconto del 1908 dal titolo “L’umorismo” , soprattutto per l’impostazione metodologica di carattere filosofico. Critica che perdurò anche quando Pirandello ottenne il premio Nobel per la letteratura nel 1934. Solo negli anni successivi, in particolare cinquanta e sessanta, con: Leonardo Sciascia, il Gruppo 63, Sapegno e Petronio, si ha un’inversione di tendenza, e soprattutto si evidenzia l’abilità di Pirandello nella critica corrosiva delle convezioni borghesi. Il vitalismo pirandelliano è solo parzialmente assimilabile al dionisiaco dannunziano. La critica italiana, De Castris, Macchia, De Benedetti, Borsellino e francese Gardair aprono molto alle tematiche piradelliane del burattinismo, della filosofia del lontano, dell’apoteosi della relatività e della critica che Pirandello fa alla modernità. Attualmente, la ricerca si basa sulla neoermeneutica, che consiste nel tentativo di rivalutare il momento del mito, del simbolo, del potere dell’arte e della dimensione surrealistica, mistica e magica di Pirandello

Paolo Montanari

Nella foto Marta Fossa

 

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