La Traviata di Giuseppe Verdi inaugurerà l’Anno Accademico dell’Università di Urbino

 

La Traviata di Giuseppe Verdi inaugurerà l’Anno Accademico dell’Università di Urbino, il 29 novembre alle ore 21,00, al teatro Sanzio, alla presenza delle autorità civili, militari e accademiche. La Traviata, opera in tre atti  di Francesco Maria Piave e musica di Giuseppe Verdi, avrà la bella regia della cantante lirica Julija-Samsonova-Khayet. Questo il cast: 

Interpreti: Violetta Valery – Alina Godunov; Flora Borvoix – Jiulija-Samsonova-Khayet; Annina – Elena Scappini; Alfredo Germont- Giovanni Palma; Giorgio Germont-Daniele Girometti; Gastone-Patrizio Saudelli; Barone Duphol-Olivier Mani; Marchese D’Obigny-Alessio Paolizzi; dottor Grenvil-Guglielmo Ugolini; Giuseppe, servo di Violetta-Claudio Gili; domestico di Flora-Giorgio Olmeda;commissario – Flavio Mezzolani.

Cori: Città Futura e Filarmonico Rossini diretti dal maestro Roberto Renili

Orchestra Raffaello diretta dal maestro Stefano Bartolucci

Regia di Jiulija – Samsonova- Khayet.

La straordinaria partecipazione del Corpo di ballo dell’Accademia A.Bartolocci, coregrafa Antonella Bartolacci.

 

Il soggetto dell’opera è tratto dal romanzo e dramma La Dame aux camélias di Alexander Dumas figlio. Il teatro di prosa, soprattutto nella contemporaneità, è spesso sottoposto ad azioni personalissime di modifica del testo teatrale. Anche nel balletto classico, rivisto da compagnie moderne, esiste un’azione simile. Un esempio, la scena finale del film Billy Elliot, il balletto si ispira alla versione de Il Lago dei Cigni, di Matthew Bourne, in cui l’intero corpo di ballo femminile fu sostituito da ballerini maschi. Non entriamo nelle interpretazioni più variegate per questa scelta, ma l’esempio ci dimostra questa flessibilità. Al contrario, il mondo dell’opera è molto conservatore e spesso, anche se vi sono eccezioni, il regista deve essere al servizio del libretto e della musica. Questa precisazione serve per chiarire il contesto narrativo-musicale di Traviata che fa parte della cosiddetta trilogia popolare, assieme a Il Trovatore e Rigoletto, da cui però si distingue perché non è creata ex novo, ma ispirata dal romanzo di Dumas. Il tema delle donne che amano e muoiono, per amore o per suicidio, è stato molto diffuso nell’Ottocento in Francia e Russia. E Verdi fu convinto del soggetto e di una scelta del tutto eccezionale, a cui era già abituato dopo il Rigoletto. Traviata, l’opera più eseguita al mondo, alla sua prima esecuzione, il 6 marzo 1853 alla Fenice di Venezia, fu un fiasco clamoroso, con un riscatto l’anno successo sempre a Venezia  e l’insuccesso al Teatro San Carlo di Napoli (ottobre 1854). Un’opera, una ricerca drammaturgica che si allontana dall’opera patriottica, a cui Verdi aveva dato spazio ed elaborazione musicale, e invece privilegiava soggetti privati e borghesi, con la predilezione dell’animo femminile, da indagare psicologicamente in una visione complessa in cui l’analisi della passione amorosa, da sempre centrale nel melodramma, è giudicata esaurita e da calare all’interno di più articolati rapporti familiari, sociali e borghesi. E sì, la borghesia e la nobiltà che Verdi condanna per le loro falsità convenzionali mentre esalta, invece, la figura della cortigiana Violetta, morta per amore. Da un punto di vista musicale, Verdi e il suo melodramma avevano trovato il terreno pronto nelle opere mature di Donizetti. Il preludio di Traviata è l’esempio di questa nuova disposizione  intima di Verdi, lontana dai rumori roboanti del Risorgimento. Verdi con Traviata anticipa il neorealismo letterario e musicale francese e il neorealismo cinematografico italiano, perché Traviata è un’opera rivoluzionaria, avanguardistica nel suo genere, che ha avuto un illustre precedente con il realismo della luce in Caravaggio e i suoi personaggi popolari, come in seguito si ritrova in Pier Paolo Pasolini. Così scrive Verdi al De Sanctis in una lettera in seguito all’insuccesso di Traviata al San Carlo di Napoli.   “…Perché sul vostro San Carlo non si potrà rappresentare indifferentemente una regina e una paesana, una donna virtuosa o una puttana…..? Se si può morire di veleno o di spada, perché non si può morire di tisi o di peste! Tutto ciò non succede forse nella vita comune? Un’opera, Traviata dunque, moderna e classica, al limite del mito e tragedia greca. Un’opera che si intreccia con il romanzo ma che ha anche un risvolto biografico di Verdi e la sua difficile relazione sentimentale con la Strepponi. A questo proposito azzardo una tesi, che è frutto anche di una mia ricerca sulle figure femminili nell’antichità e la loro religiosità: la Violetta cortigiana non può rappresentare una forma di santità, perché redenta dall’amore e non dal pentimento?” Un’opera che il librettista Piave aveva retrodatato a Parigi, per paura della censura, ad una ambientazione del 1700 circa. Gli artisti di quel grande affresco corale del Carnevale parigino erano ambulanti, ricamatrici, che non erano in grado di vestire con proprietà gli abiti eleganti che indossavano i borghesi. Poi il melodramma lirico, che mantiene ancora oggi rigide regole legate allo spazio e al tempo, ha riportato, memorabile la Traviata di Luchino Visconti, ricostruisce i salotti borghesi di tanti personaggi fantasma, come ci ha descritto molto bene il regista Paolo Sorrentino, nei salotti borghesi romani. Tanti personaggi intorno a Violetta, che lotta e muore per amore, e alla fine trova intorno a lei solo il dottor Grensvil, quando Parigi impazza, per il Carnevale, e lei sta spegnendosi in povertà. La messinscena e regia di Julija Samsonova-Kahyet ha proprio questo grande merito, di evidenziare la solitudine di Violetta.

Paolo Montanari

 

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