Lo spettacolo Medea riapre il dibattito sul ruolo del teatro antico e quello contemporaneo. Con foto

 

 

 

Lo spettacolo Medea, in questi giorni al teatro Rossini per la stagione di prosa, datato ma sempre di grande attualità di Luca Ronconi, messo in scena per la prima volta nel 1996, riapre il dibattito sul ruolo del teatro antico e quello contemporaneo. E il primo grande interrogativo è legato al testo di Euripide,tragedia andata in scena per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisee nel 431 a.c. E a questo proposito ripercorriamo sinteticamente gli aspetti dell’opera, per poter poi fare una analisi comparativa con l’opera messa in scena, anche con un certo coraggio da Luca Ronconi, regista rivoluzionario e sperimentale con due capolavori in assoluto: l’Orlando Furioso e il Viaggio a Reims di Rossini. Medea di Euripide faceva parte di una tetralogia tragica con due tragedie perdute e il dramma satiresco  I mietitori. Euripide fu uno dei primi a mettere in scena la parte del mito di Medea riguardante il suo soggiorno a Corinto. In età romana vi furono altri autori, come Seneca, Ennio e Ovidio, a cimentarsi sul mito di Medea e poi nei secoli successivi vi sono state trasposizioni letterarie meta-teatrali, che però non hanno lasciato il segno come la tragedia euripidea. Medea è la tragedia greca più moderna e si stacca dall’opera codificatrice di Eschilo e dal nesso filosofico di Sofocle, perché è incentrata esclusivamente sugli uomini e lascia da parte gli dei, che non intervengono mai, tanto da spingere Giasone, il consorte di Medea, ad inveire contro gli stessi, accusandoli, senza risposta, di non aver impedito la triste sorte dei suoi figli. Euripide diviene giudice umano e non divino e condanna Medea per aver ucciso i figli e Giasone per aver ingannato la protagonista per un letto migliore. E già in questo primo aspetto nell’opera teatrale di Ronconi, tra l’altro troppo ricca di riferimenti dell’arte figurativa, dalle pareti con i segni dell’arte informale, la vasca con la morte dei figli, secondo l’iconografia presa da Marat, alle operazioni chirurgiche che è vero preannunciano il tema della passione e del dramma delittuoso, ma che creano un contrasto con l’annunciazione, grido di dolore dell’unico personaggio femminile in costume antico della rappresentazione, sono poco evidenti gli aspetti della mancanza degli interventi divinatori e tanto meno del Mito. La Medea di Euripide domina con la sua personalità emotiva e passionale, con una vasta gamma di stati d’animo, che culminano negli omicidi della giovane sposa di Giasone, imbruttita e troppo maschilirizzata da Ronconi, con un bravo Franco Branciaroli, da apprezzare per il suo impegno fisico-mentale, nell’entrare in una parte femminile da parte di una recitazione maschile. Si può parlare solo di ferocia in Medea? No perché le sfaccettature del personaggio sono tante, dalle pulsioni interne incontrollabili, ma anche dal dolore di moglie addolorata per l’abbandono del marito che la porterà alla pazzia. Un dramma debole e forte per la prima volta nella tragedia greca. E per questo motivo moderno, con tutti i limiti della interpretazione della modernità. E’ vero del fenomeno del femminicidio, dell’uccisione di tanti bambini con violenze anche assurde da parte delle madri che leggiamo nella cronaca nera dei giornali; ma che cosa c’entrano con la grecità, i suoi drammi e i suoi miti? Se la tragedia classica presenta due personaggi in conflitto, che poi in Euripide diventano anche tre, come Creonte e Antigone o Oreste e Clitennestra, Medea contiene,dentro di sé, quasi due figure contrastanti. Per Franco Branciaroli, che ha dato prova in particolare nel finale,di grande teatro insieme al coro femminile, sempre meno usato da Euripide, ma ripreso con una buona intuizione da Ronconi, sostituendo i coreuti maschili con parti femminili, Medea è un mito che rappresenta la ferocia della forza distruttrice. E’ giusto ma il messaggio di Medea, della sua convinzione di avere agito con saggezza con un atteggiamento vittorioso, arriva e coinvolge il pubblico come avveniva in Atene? Lascio l’interrogativo aperto. La tragedia contiene una forma di critica al modello familiare tradizionale in uso in Atene nel V sec. a.C. E questo giustifica la condotta immorale di Giasone, le cui motivazioni sono scusate dall’ateniese medio di convolare a nuove nozze, per la necessità di generare nuovi figli per la città, di assicurarsi una posizione sociale adeguata e la convinzione che Giasone aveva fatto già molto per Medea, portandola dalla sconosciuta Colchide a Corinto. La tragedia propone insomma uno scontro tra culture diverse che nell’opera di Ronconi viene poco evidenziata. Questa contrapposizione doveva apparire evidente dall’uso da parte di Medea della magia, forza inquietante e barbara per eccellenza, e dal fatto che la donna fosse vestita in scena, la skené, con un abbigliamento di tipo orientale, in uno scontro che alla fine scaturisce in un non messaggio,privo di soluzioni. Se Ronconi, ripeto anche con grande dose di coraggio, scardina i costumi, il paesaggio, l’unico regista che rimase legato alla gecità e al mito è stato Pier Paolo Pasolini con la Medea del 1969, dove volle come interprete il volto ellenico di Maria Callas.

 

 

 

 

 

 

Pasolini è legato al fascino dello sguardo del grande soprano e si innamora di quello sguardo e scrive una massima che va nel film : “Perché solo chi è mitico è realistico, e solo chi è realistico è mitico”. Non è un gioco di parole ma una rilettura antropologica del grande poeta-regista. Medea diviene una nuova allegoria per la comprensione della realtà che non si sottrae mai al mito.

 

Paolo Montanari

Foto 1 e 2 di Marta Fossa

 

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