Visti per voi, a cura di Paolo Montanari

 

 

E’ iniziata la stagione autunnale con i nuovi film in programmazione nelle sale cinematografiche pesaresi. Molti di questi sono reduci dalla Biennale cinema di Venezia, dove hanno avuto onori e anche qualche delusione.

Veleno, è il lungometraggio, seconda opera del regista Diego Olivares, che ha avuto un buon successo nella sezione settimana della critica del Festival di Venezia. Due attori neo neorealisti, Rosaria, interpretata dalla brava Luisa Ranieri e Rino, un indimenticabile Salvatore Esposito. Contro di loro il territorio campano dove abitano e lavorano, violato dalla contaminazione di veleni che criminali senza scrupoli hanno disseminato in buona parte del casertano. E qui che il boss locale Cosimo Cardano, interpretato da Massimiliano Gallo, un avvocato messo dalla camorra, un quaquaraquà che va con le prostitute e che vuole divorziare dalla moglie di un clan potente, cerca, senza però avere le caratteristiche del vero criminale, di dominare sui terreni agricoli per trasformarli nella Terra dei Fuochi. C’è una storia vera, narrata con maestria da Olivares, che non supplisce però a quel che di cinematografico manca a Veleno. Il film, è un buon compitino scolastico, nel mostrare l’imbuto della corruzione e della violenza dal quale non si riesce ad uscire. Non basta Salvatore Esposito, che interpretò Genny della serie tv di Gomorra, o meglio l’originale omonimo film di Garrone, ad agitare le acque, perchè la scontata devozione per le statuette di padre Pio e la superstizione popolare soffoca e dominano sulla tragicità degli eventi.

Ben più equilibrato oltre che ben interpretato, è un altro film proveniente da Venezia: L’ordine delle cose, di Andrea Segre. Si tratta di un nuovo viaggio del regista italiano attraverso le condizioni esistenziali di chi migra e di chi si trova a confrontarsi con il fenomeno. Ma questa volta viene travolto il punto di vista, non più quello lagunare di Io sono lì o quella montano di La prima neve (film prettamente di finzione), ma rivolto ad un emissario, un ex poliziotto mnisteriale che deve trovare una soluzione all’afflusso di migranti dal continente africano. Un film di grande attualità, perchè proprio in questi giorni si è gridato alla diminuzione dell’afflusso di immigrati nelle coste italiane, (ndr subito smentite nelle ultime due giornate), ma che non teneva conto, e qui il film lo evidenzia molto bene, il ruolo delle forze libiche a bloccare nella loro costa questo flusso migratorio. Sembrano già anni luce dal successo, ottenuto dall’accordo di Tripoli, perchè l’esodo ha ripreso inesorabilmente.

Un film d’animazione, e ben venga, in questo ginepraio di produzioni in gran parte provenienti dalle case americane. Anche questo è sbarcato sulla laguna ed è stato salutato dalla critica, come un capolavoro del genere di animazione.Il titolo Gatta Cenerentola. E’ una trasposizione nella realtà metroplitana napoletana della famosa fiaba di Cenerentola. Ma qui non si trova la famosa scarpetta che viene misurata alla piccola Cenerentola, o il cocchio trascinato dai cavalli e il bel principe azzurro. Qui il regista Alessandro Rak, già autore del pluripremiato L’arte della felicità, riunisce le forze con Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone per dare vita alla favola napoletana di Gianbattista Basile, che si ispirava a Raccolto dei racconti di Matteo Garrone. Su quella favola è basata anche l’opera teatrale di Roberto De Simone, ma il team di Rak compie un miracolo favolistico,trasformando un racconto seicentesco in un film d’animazione ambientato ai giorni nostri, con la forza archetipale della napoletanità, non solo nella lingua, ma nei gesti e nell’ambientazione e rumori. L’animazione è totalmente immersiva nell’acqua, elemento primordiale dell’umanità, ma anche distruttivo, tridimensionale nel senso più autentico del termine; la profondità di campo è data soprattutto dalla stratificazione del disegno e da accorgimenti di classe come la presenza costante nell’aria di pulvoscoli, cenere. Perchè Gatta Cenerentola è una favola di fantasmi.

Era un pezzo che il cosiddetto cinema dell’Est non produceva un’opera cinematografica così pungente, e anche disgustosa, del regime didattoriale, che pur essendo cadute le ideologie politiche, con il simbolo del muro di Berlino, risente ancora di quel clima sovietico che fatica a scomparire. The teacher, titolo provocatorio in inglese, l’Insegnante, ricostruisce quel clima che nelle smagliature della burocrazia ma anche della società civile ancora si sente nella Cecoslovacchia ormai divisa. La storia vera si svolge a Bratislava nel 1983. La protagonista è un’insegnante dirigente del partito comunista slovacco, che approfitta del suo ruolo politico, per incidere negativamente nel suo rapporto con gli alunni e i loro genitori. Vi sarà una denuncia, da parte di questi ultimi, che piano piano, nonostante i timori per rivalse e vendette, si estenderà a tutti. Lo spirito della denuncia è intatto, così come la forza dei temi in gioco e l’emozione che in certi momenti ne deriva, permangono. Ma manca proprio quell’atmosfera della real politik degli anni sessanta e settanta in Cecoslovacchia, perchè i motivi musicali talvolta smorzano e ridicolizzano, temi che ancora abbiamo dietro l’angolo.

Paolo Montanari

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