Intervista a Sergio Ragni, studioso rossiniano e autore con Cagli dell’epistolario di Rossini: il genere semiserio

 

Come ormai dall’inizio della programmazione del Rof, lo studioso napoletano Sergio Ragni, uno dei massimi esperti di Rossini, anche per la sua sterminata raccolta di documentazione e cimeli rossiniani e numerose pubblicazioni, fra cui il voluminoso epistolario che ha curato con Bruno Cagli, è a Pesaro per assistere alle opere del Rof 2017.

-Professor Ragni, ci parli del genere semiserio in particolare nell’opera di Rossini.

“L’opera semiseria era un genere che aveva determinati canoni ben precisi per evidenziare delle situazioni, trame che risalgono da un’azione nefasta, pensiamo a Beethoven e Cherubini, e dove però sorgono uno o più personaggi che fanno piazza pulita del male e dell’intrigo. Anche il giovane Rossini utilizzò questo genere, lui che ammirava gli autori viennesi ed arrivò a Bache solo nel 1830. L’opera semiseria rossiniana non è altro che un tassello di un mosaico musicale del maestro che si estendeva ad ogni genere, compresa la musica sacra, di cui ci ha lasciato degli autentici capolavori. Rossini ribadiva spesso anche nelle sue lettere che la musica è ritmo. E quando si trovava in situazioni che sconfinavano nel patetico si sapeva controllare, lui che si definiva l’ultimo dei classici e con i pezzi di Vecchiaia, cercava addirittura di scavalcare il Romanticismo”.

-Il genere semiserio tiene conto soprattutto dell’aspetto drammatico?

“Certamente, lo troviamo nella Gazza Ladra, in Torvaldo e Dorliska e Matilde de Chabran. I temi e le situazioni si assomigliano: una coppia di coniugi, il potere politico e un giovane arbitro risolutore nel finale. Nel grande spettacolo di Mario Martone è molto comprensibile la vicenda da narrare tipica in un teatro del novecento dove è facile diversificare tutte le opere di Rossini, a differenza del teatro dell’Ottocento”.

 

Paolo Montanari

Foto tratta da http://www.giornaledellamusica.it/approfondimenti/?id=118072

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